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Ancora e sempre aprile a Milano, Sorgenti che sanno a Pistoia: appuntamenti in blu

Doppio appuntamento per la settimana settembrina della Biblioteca dei Libri Perduti,  in pieno rientro dopo le vacanze estive.

Il primo è presso la gloriosa Società Umanitaria di Milano, via San Barnaba 48, Milano – Sala Facchinetti, domani 29 settembre alle 16. Milli Martinelli, assieme a Stefania Freddo, Psicopedagogista e ricercatrice presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e a Lucia Valcepina, scrittrice e giornalista, presenta il suo libro Ancora e sempre aprile. L’incontro è stato organizzato e curato dall’associazione Nestore, che svolge opera di sensibilizzazione nei confronti degli individui e degli enti pubblici e privati sull’importanza e l’utilità della preparazione al pensionamento.

Il secondo incontro si terrà venerdì 30 settembre alle 18, presso la libreria Lo spazio di Via dell’Ospizio a Pistoia: ci addentreremo nell’universo delle creature e dei paesaggi acquatici assieme a Francesca Matteoni, curatrice di Sorgenti che sanno. Acque, specchi, incantesimi, e ad Azzurra D’Agostino, una degli autori della raccolta di scritti sul tema. Ad accompagnarle ci sarà Anna Castellari.

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Il 25 aprile

[dropcap]N[/dropcap]oi lo ricordiamo con le parole di Milli Martinelli, nel suo ‪Ancora e sempre aprile. Ancora una volta, la storia di Milina-Milli si mescola alla Storia di tutti noi.

Il professore morì di angina pectoris alla vigilia del 25 aprile del 1945, il giorno della Liberazione. Ancora aprile.
Di Carlotta fino a quel momento nessuno aveva più avuto notizie. E nessuno seppe, e avrebbe mai saputo, salvo Milina, che al terzo raggio femminile erano rinchiuse le “Politiche” condannate dai tedeschi alla pena capitale.
Il professore aveva avuto un violento attacco di cuore e il medico e amico di famiglia aveva fatto in tempo solo a visitarlo e a diagnosticarne la gravità. Aveva avuto degli spasimi terribili, s’era fatto paonazzo e la moglie era riuscita a sostenerlo e a trascinarlo sul letto senza chiamare Milina, perché la sua niña non si spaventasse. La chiamò al capezzale del padre, appena le parve che si fosse un poco ripreso, e da cianotico era diventato d’un pallore giallastro. Aveva riaperto gli occhi, e aveva detto in un soffio: «Io sto morendo… dov’è Milina?».
«Ma cosa dici, mi querido? Vado subito a chiamare il dottore. Ti mando Milina, ma non farla spaventare, por suerte de Dios…» disse accarezzandogli i capelli grigi e sottili, e sfiorandogli teneramente con le labbra la fronte sudata e gelida. Era uscita dalla stanza per chiamare Milina, le aveva detto che papà aveva avuto un malore, ma l’aveva subito tranquillizzata: «Ora sta meglio». La pregò di stargli vicino, senza affaticarlo, mentre lei avrebbe fatto un salto a chiamare il dottor Villani, che stava a due passi, perché il telefono era bloccato.
Quando Milina entrò, il professore l’accolse con un pallido sorriso, le afferrò la mano e la fece sedere sulla sponda del letto.

«Ninìn» le disse con un filo di voce, ansimando, ma cercando a fatica, tra una pausa e l’altra, le parole giuste, «forse… io ti ho trascurato… troppo vecchio… per fare il padre… ma tu sei cresciuta bene lo stesso… sei maturata presto… tu sei già… una persona “libera”, anche se non hai avuto una guida… anche se sei nata in un paese pieno di… pregiudizi… princìpi idioti, una chiesa complice… e sei diventata grande nella tragedia di una guerra feroce e insensata», s’interruppe, sembrava esausto. «Senza una guida» ripeté facendo uno sforzo immane, «vile… non ho avuto coraggio… con quattro figli… tu…»

Si accasciò senza completare il discorso. Era sfinito, ma era così forte quella stretta che Milina non osava liberare la mano, mentre tentava di calmarlo; si accoccolò accanto a lui, pregandolo di non affaticarsi, e finalmente gli confessò tra le lacrime quello che avrebbe sempre voluto dirgli: che lui era stato invece il suo unico punto di riferimento, che non aveva mai dimenticato le cose bellissime che raccontava alle sue sorelle sulla solidarietà umana, sulla giustizia, sulla libertà di coscienza… sul socialismo (finalmente quella parola magica che non aveva mai osato pronunciare) di Andrea Costa e di Filippo Turati e di Anna Kulishoff, medico dei poveri, che curava senza farsi paga
re. Parlava pensando che il padre, con quel respiro roco, non fosse in grado di sentirla, anzi proprio per questo, proprio per vincere la paura che stesse morendo, parlava. Ma chissà se era riuscita davvero a dire quello che aveva ripensato in tutti gli “anni del silenzio”. Probabilmente aveva solo biascicato qualche cosa per tranquillizzarlo. Per dirgli che un mondo nuovo sarebbe nato dalle macerie, morali e materiali, lasciate dal fascismo.

Dopo un lungo silenzio Milina udì a fatica le ultime parole che il morente riuscì a dire: «Vivi… da persona libera… Ninìn» balbettò in un soffio, «… ama da persona libera».

La voce si fece roca e si dissipò in una tosse asmatica che gli toglieva il respiro.

(Milli Martinelli, Ancora e sempre aprile, pp. 33-35, La Biblioteca dei Libri Perduti, Milano 2016)

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Pino D’Alfonso torna a casa: A Busto Arsizio, 23 marzo 2015

[dropcap]I[/dropcap]l poeta torna a casa. Siamo felici di annunciare la data della prima presentazione di Foresta tacita nella cittadini in cui trascorse quasi tutta la vita il poeta Pino D’Alfonso: Busto Arsizio.

[dropcap]È[/dropcap] nel varesotto che egli infatti visse, lavorò e concepì le sue opere e le poesie. Siamo lieti di annunciare che il 23 marzo 2015, ore 18, si terrà la prima presentazione presso la Libreria Boragno, in via Milano 4.

Nello stesso giorno – l’ora precisa verrà comunicata nei prossimi giorni – sarà visitabile anche la mostra delle riproduzioni delle opere del poeta, presso la Biblioteca Comunale di via Paolo Camillo Marliani, 7, sempre a Busto.

Vi aspettiamo!

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Giana Anguissola, di sentimenti e d’altre storie

[dropcap]S[/dropcap]e ho cominciato a scrivere, un po’ del merito (o della colpa, secondo i punti di vista) va a Giana Anguissola.

A dodici anni mi sono trovata a sfogliare, infatti, Il Diario di Giulietta, e l’ho riletto più volte. Mi fu da stimolo per i primi esperimenti di scrittura, che ovviamente erano in forma di diario, stimolata dal fatto che la protagonista, Giulietta appunto, diventasse brava in italiano, per via del fatto che cominciava ad allenarsi nella scrittura.

Il libro – una ristampa degli anni Settanta, con una bella illustrazione in copertina di Megi Pepeu, che immortala due amiche in una deliziosa mise anni cinquanta, di fronte a un cancello – è rimasto nella mia cameretta, nell’angolo dei miei libri d’infanzia e adolescenza, fino a quando non mi è capitato di leggere un articolo sul blog The Book Girls, sulla young adult fiction, che intelligentemente annovera la scrittrice di Trapo (Piacenza) come “una delle migliori autrici per ragazzi della nostra letteratura”.

anguissUna delle migliori e una delle più dimenticate. Nel giro di qualche tempo, ho aguzzato gli occhi per vedere se si riuscivano a trovare altri titoli dell’autrice, in edizione anni settanta (in realtà, dal sito Mursia, fatto salvo qualche caso, si evince che si continua a stamparla con le stesse illustrazioni, ma ho seri dubbi che ciò sia vero). Oltre al fatto che ha scritto un’infinità di romanzi, posso dire che ogni libro fa storia a sé, anche se i temi – crescita, amicizia, amore, primi batticuori, prime feste, ma anche senso di inadeguatezza tipico dell’adolescenza – sono ricorrenti. Se il Diario è preludio a una trilogia per il grande successo che ha avuto, insieme a Giulietta e i sedici anni e a Giulietta se ne va (quest’ultima mi manca!), altre ragazze sono state protagoniste delle sue storie avvincenti, che ho riletto con un tuffo nel passato e con spirito il più possibile “incantato”, lo stesso con cui lo leggevo allora.
[dropcap]P[/dropcap]er esempio, ho preso in mano Marilù, commedia degli equivoci illustrata da Gabrielle Simons, che contiene anche un secondo racconto a fine libro, anche più bello ed emozionante. In questo, intitolato Giudy, la protagonista (che non è Giudy, ma una sua amica) è costretta a far fronte con la sua mamma alle ristrettezze sopraggiunte con la morte del padre. Obbligate ad affittare la villa dove vivono, si trasferiscono in mansarda, adattandola loro stesse a casa. In questo racconto si sente molto presente l’ipocrisia della società del tempo: quando Giudy viene a sapere della perdita in famiglia subita, esclude l’amica dalla sua festa di compleanno. Ma la protagonista rientrerà in società in modo inaspettato…

Sia in questo libro che in altri, come nel Diario, Anguissola prende le distanze dai cliché della società borghese, anche in modo coraggioso per l’epoca: quando il padre di Giulietta viene a sapere che suo nonno aveva trattato male un’ava dei vicini, solamente perché figlia di un malfattore, che l’aveva abbandonata da piccola, questa verità diventa una lezione terribile per lui, che giudicava le persone in base alla genìa arrivando anche alle presunte malefatte dei trisavoli:

… la figlia della sorella del bisnonno [dell’amica della figlia, Fiammetta] sposò esattamente un avanzo di galera che la fece morire di dolore, un bracconiere e peggio: Verdesi, proprio. Il mio povero babbo ne parlava spesso. E che ebbe una figlia: Maria Cecilia, appunto, scomparsa giovane da casa… una casa che si sfasciò… e di lei nessuno seppe più nulla.

– No,  – precisò la mamma, se pur spiacente di farlo. – Dicesti che lei scriveva spesso, dapprincipio, al bisnonno, quando cercava un modo di sistemarsi, d’indirizzare la sua vita. Ma lui… – Esitò, accennò l’uomo fiero del quadro: – Ma lui, mai le rispose.

– Diceva, – spiegò il babbo, imbarazzato, di non voler avere a che fare con la figlia di uno scavezzacollo. […]

– Sbagliava a voler vedere il padre attraverso la figlia. Ed ebbero ragione gli Zanetti che in lei videro lei sola.

e conclude:

– Il mio pensiero è che accetto questa inaspettata, alta lezione, per me e per chi non c’è più, Lucia.

«Così disse il babbo, in un modo tanto bello che non lo voglio dimenticare mai e perciò lo segno qui nel diario: “Ogni alta, meritata lezione, anche sè dura, bisogna accettarla con gioia”.»

Una presa di coscienza, queste parole, che i valori considerati “giusti” non sempre sono applicabili a tutte le situazioni, narrata senza prendere mai posizione: il babbo di Giulietta si mostra fragile, la moglie si mostra comprensiva, la figlia che ascolta di nascosto si emoziona vedendo il babbo più sensibile e affettuoso di quanto non si mostri nella vita quotidiana. Un primo, vero grande passo verso la maturità.

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Demetrio Paolin da Salgari a Lucentini: Non fate troppi pettegolezzi

[dropcap]Q[/dropcap]uesta volta non parliamo di libri perduti ma di libri sviscerati da un autore contemporaneo. Una vera e propria passeggiata letteraria in cornice piemontese, assieme a Demetrio Paolin, autore di Non fate troppi pettegolezzi.

[dropcap]I[/dropcap]l Piemonte si porta dietro l’ombra della malinconia, in quelle terre solcate da sterminate pianure talvolta digradanti verso colline e monti innevati. Lo sapevano bene quattro protagonisti del Novecento, quattro scrittori sviscerati in ordine cronologico dall’autore di Non fate troppi pettegolezzi, Demetrio Paolin, nel quale le voci degli scrittori e alcune note biografiche si mescolano continuamente. Anche Paolin vive a Torino, anche lui conosce la malinconia della città e della regione che ha dato i natali, o talvolta è diventato patria d’adozione di molti protagonisti della letteratura del Novecento.

Nello specifico si parla, nell’ordine, di Emilio Salgari, Cesare Pavese, Primo Levi, Carlo Lucentini.

[dropcap]È[/dropcap] un saggio che l’autore non vuole definire saggio, e forse a ragione. Perché la sua, più che un’analisi scientifica degli stili e delle poetiche autoriali, vuole forse essere più un’ammissione dell’influenza che gli autori in questione ha avuto su Paolin.

Se proprio gli si dovesse chiedere una definizione, l’autore direbbe che questo è il suo esame di coscienza.1

[dropcap]A[/dropcap]uattro storie che si incrociano, quelle di scrittori eccellenti nelle proprie case piemontesi. Accomunati, tutti, da un episodio di suicidio a conclusione delle loro vite, a porre fine a una carriera più o meno eccellente, più o meno osannata finché erano in vita gli scrittori.

Salgari, sommerso di debiti e perennemente in crisi di scrittura, viene analizzato in questo testo nel suo lato più umano; lontano dalle frivolezze (dai pettegolezzi del titolo), si analizza nel capitolo a lui dedicato l’ansia che l’ha accompagnato finché era in vita, quella di scrivere storie, di inviarle all’editore, à la façon di una catena di montaggio. Deve redigere tot pagine al giorno, a volte butta giù le parole senza però raggiungere i risultati desiderati, con qualche incertezza nella scrittura, quasi zoppicando. Infine, attraverso i suoi romanzi esce come uno scrittore “fuori tempo” rispetto all’epoca decadente in cui visse.

Sandokan è fuori tempo. Negli stessi anni in cui Salgari cercava di tenere in vita il personaggio del pirata, la letteratura italiana produceva gli inetti di Italo Svevo e gli eroi decadenti di Gabriele D’Annunzio. Nel leggere i libri di Salgari bisogna tenere a mente il periodo in cui vengono scritti, proprio perché egli ha il volto torto all’indietro. I suoi personaggi sono molto più vicini agli stereotipi del romanticismo tedesco o inglese (il Byron del Caino o del Manfred, lo Chateaubriand di René). Eppure proprio questo ci attira: il rispondere di Salari perfettamente alle aspettative di quel che vogliamo leggere.2

[dropcap]C[/dropcap]osì, l’autore persegue la sua indagine nelle vite e nelle scritture. Non senza provocazioni visionarie, come quella che vede un Sandokan invecchiato intento a dimostrare di essere ancora forte e capace, come il suo demiurgo era continuamente costretto a fare.

Luoghi e tempi sono minuziosamente indagati in questa dissertazione.

Anche per Cesare Pavese si parte da uno di quelli da lui frequentato. L’Hotel Roma in piazza Carlo Felice, dove lo scrittore morì

dando le spalle alle sue colline, lontano da esse. Venuto a morire nella città che l’ha visto diventare uomo e scrittore, uno dei maggiori della sua generazione.3

Paolin ci avvicina alla vita e ai sentimenti degli autori che prende in esame, immedesimandosi letteralmente in ogni passo di ognuno di loro.

Tutte le volte che passo sotto questi portici, rivedo i passi di Pavese fino all’entrata dell’albergo, ancora simile a quella che fu allora. Sale con il suo poco bagaglio e cammina per i corridoi stretti e bui. Infine eccolo arrivare a quella camera e in quella morire.4

[dropcap]E[/dropcap]d è Lavorare stanca l’opera su cui Paolin fa perno per leggere i passi dell’autore e il suo viaggio, in parallelo con il viaggio di Pavese: “Camminiamo una sera sul fianco di un colle […] Traversare una strada per scappare di casa”.

[dropcap]S[/dropcap]i mettono quindi in relazione davvero forte e intima l’opera letteraria con gli accadimenti della vita autoriale, con l’idea del movimento e i legami con la letteratura straniera così importante nella produzione dello scrittore. Il movimento, poi, secondo Paolin ritorna anche ne La luna e i falò, romanzo con un io narrante alla ricerca della sua identità.

“Chi può dire di che carne sono fatto?”, si chiede l’io narrante del romanzo. L’uomo che parla non ha passato, non ha storia che non sia la propria storia, non ha famiglia, genealogia o radici. Non appartiene a questa terra – “non so se vengo dalla collina” –, ignora i propri natali e la propria discendenza come fosse spuntato dal nulla. […] L’impressione è che lui parli dando le spalle a tutto ciò che è accaduto nella sua esistenza, e sia qui sulle colline a cercare una ragione, l’ultima.5

Operazioni analoghe a queste Paolin le compie nel resto del suo saggio (benché l’autore non voglia chiamarlo così, sarebbe difficile incasellare altrimenti questo testo).

[dropcap]È[/dropcap] Primo Levi il protagonista della passeggiata letteraria di Paolin, che prende spunto da una visita al Museo Ebraico di Berlino, dove ritrovo il corridoio dell’Olocausto come in un sogno. E in effetti di sogno si tratta, perché la digressione tedesca si chiude con un risveglio angoscioso di Paolin nella sua Torino. Sua e di Levi, visto che rivede l’ippocastano di Levi, poi la scena della sua morte giù per le scale, una morte

per nulla tragica; è una immaginazione che toglie quell’aura romantica al suicidio; uccidersi è come un uovo che sguscia dalle mani e si frantuma a terra.6

[dropcap]M[/dropcap]a non c’è solo la morte dello scrittore Levi; c’è il male, che viene abbozzato in maniera magistrale – e qui ripreso – nel racconto Ferro. C’è l’etica di Sandro Delmastro, protagonista di quel racconto. La limpidezza della scrittura di Levi, che talvolta fa dimenticare a Paolin, e a noi, il fatto che sia stato un uomo “rinchiuso e umiliato”. E c’è un susseguirsi di considerazioni riguardanti le biografie dei quattro autori, mescolate con l’ansia di Paolin di cercare incastri e suggestioni nella scrittura degli autori, pur senza forzare mai la mano.

L’ultimo capitolo è dedicato a Carlo Lucentini, della coppia letteraria Fruttero e Lucentini. Anche lui pose fine ai suoi giorni nel capoluogo piemontese.

[dropcap]N[/dropcap]on si manca di esaltare la dote principale dello scrittore: la generosità. La “servitù come massima forma di libertà”, di cui si fa portavoce Lucentini parlando nelle trasmissioni Rai di altri autori, viene sperimentata anche da Paolin, quando svolse

il lavoro di ufficio stampa, in cui mi si chiedeva una cosa molto semplice: scrivere e parlare con la voce di un altro. Inizialmente provai fatica a farlo, i comunicati stampa uscivano con i miei tic linguistici, con i miei tentativi di fare un’opera di bello stile. Poi un giorno ripresi in mano il Tom Jones e rilessi quelle pagine. Mentre le rileggevo mi venne in mente la faccia di Lucentini; e ciò che allora avevo scambiato per imbarazzo davanti alle telecamere capii che era umiltà. La sua umiltà fu quella di capire, di rendersi conto che non avrebbe forse potuto scrivere il testo che desiderava, e quindi di mettere la sua penna con quella di Fruttero al servizio di romanzi che la gente avrebbe letto, in cui si sarebbe divertita e avrebbe imparato qualcosa. Fu una scelta di umiltà e di generosità senza fine, che personalmente mi insegnò allora, e tuttori mi insegna, a pensare che se qualcuno comprerà il mio testo, o lo leggerà, o lo regalerà, questo tu ipotetico ma reale ha un diritto medesimo e uguale al mio di autore su ciò che sto scrivendo.7

[dropcap]Q[/dropcap]uale servizio migliore, se non l’insegnamento della generosità, può essere reso al lettore di questo libro, ma anche dei libri citati in esso, scritti da autori spesso votati a una causa? Levi voleva dimostrare al mondo l’orrore della guerra, Lucentini è stato traduttore e si è messo al servizio del testo, parlandone in televisione con toni bassi e mai urlati; Salgari si è messo al servizio dei propri lettori dando loro un personaggio fuori dal tempo, che lo rifletteva in parte ma soprattutto soddisfaceva il bisogno di intrattenimento. E Pavese, infine, con quelle parole di saluto prima di ingerire una dose immensa di barbiturici, invita alla discrezione e all’umiltà.

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.
Cesare Pavese.

Demetrio Paolin, Non fate troppi pettegolezzi
10 €
Liberaria Editrice, Bari 2014

www.liberaria.it


1 Demetrio Paolin, Non fate troppi pettegolezzi, Liberaria Editrice, Bari 2014, p. 7.

2 Ibidem, p. 22.

3 Ibidem, p. 48.

4 Ibidem.

5 Ibidem, p. 58.

6 Ibidem, p. 94.

7 Ibidem, p. 137-138.