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“Il libro dei libri perduti”: la letteratura dell’assenza

IMG_5186 [dropcap]L[/dropcap]a storia della letteratura è piena di biblioteche che bruciano e, all’opposto, di biblioteche resuscitate. L’incendio della Biblioteca di Alessandria, da una parte, e il ritrovamento dei papiri nella Villa dei Pisoni di Ercolano, dall’altra, sono probabilmente i due exempla più evidenti e noti di questa casistica. Spesso, a torto, crediamo di poter presumere che la sparizione dei libri sia collegata essenzialmente alla sparizione del supporto, del “libro” in quanto oggetto, sul quale l’opera era stata impressa, o del “papiro” su cui era stata scritta. E di conseguenza crediamo sia un problema che riguarda esclusivamente i testi antichi, quando di copie ne esistevano una manciata e non si aveva la rassicurante certezza che esistessero i CD, le chiavette USB, le memorie esterne, i computer dalle memorie inesauribili.

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Stuart Kelly

[dropcap]N[/dropcap]iente di più sbagliato, o almeno non in parte. Perché lo studio di Stuart Kelly, questa deliziosa antologia sulla casualità e la sua ferocia, anche se fortemente incentrato sulla letteratura anglo-americana (soprattutto per il moderno), ci consente comunque di gettare lo sguardo ben oltre la più banale delle riflessioni a riguardo. Perché anche il contemporaneo ha le sue falle evidenti. Anche l’età contemporanea ha i suoi limiti, chiari e palesi: la stessa idea, lanciata da più parti, di una “biblioteca digitale”, ha i suoi difetti. Allettante è, per noi, il progetto di poter costruire un luogo dove tutti i libri pubblicati possano conservarsi in eterno, al riparo dall’usura del tempo, dalla distruzione degli agenti atmosferici, dalla distrazione di un impaginatore. Allettante perché siamo un po’ abituati, persino un po’ viziati, a pensare che tutto sia sempre a nostra disposizione, nel momento esatto in cui ne abbiamo voglia. Un tasto, un pulsante, uno schermo et voilà, tutto viene richiamato al nostro cospetto. E come ci sentiamo violati, quando ciò non succede; come ci sentiamo persi se la nostra fiducia nell’archivio eterno viene meno e rimaniamo costernati di fronte a un vuoto immateriale. Ma non sappiamo se sarà possibile realizzare questa idea che, in ogni modo, non sarà mai certezza di eternità. Ogni innovazione, appena si concreta, pare subito inespugnabile; poi, più o meno lentamente, le maglie cominciano a cedere.

[dropcap]S[/dropcap]tuart Kelly ci racconta tanti libri che non ci sono più; o che non ci sono mai stati. Lo fa con una precisione quasi filologica e con una passione autentica. Lo fa radunando notizie e informazioni, perché è difficile inquadrare un libro che non si può più leggere. A quali opinioni si deve dare più credito? A quali meno? E, a render più complicata la critica, si delinea anche l’evidenza che un libro possa essersi smarrito non necessariamente perché di scarso valore, come accadde al Libro della musica di K’ung Fu-tzu; ma semplicemente per una antipatica e ostile casualità di eventi, di circostanze, di fraintendimenti.

[dropcap]I[/dropcap]n altri casi abbiamo perso libri che sono stati modello e radice per altri autori, che nel tentativo di imitarli (nel significato petrarchesco) hanno scritto e prodotto opere che in alcuni casi sono diventati altrettanti capolavori: è il caso del Margite, probabile scritto di Omero. Altre volte ci sono storie che paiono punire scrittori troppo prolifici, quasi a disprezzare il loro vanesio ardire: dei duemila drammi scritti da Lope de Vega ne è sopravvissuto un quarto, più o meno.

Dylan Thomas
Dylan Thomas

[dropcap]M[/dropcap]a ci sono, all’opposto, anche libri che fanno di tutto per sopravvivere, come se la loro volontà fosse quella, chiara ed evidente, di voler essere letti. È il caso di Sotto il bosco di latte di Dylan Thomas, che per ben due volte l’autore cercò di perdere, abbandonandolo persino in un pub di Londra. Certo, gli episodi di fortunosa salvezza sono sicuramente meno numerosi, in percentuale e in esempi, ma tutto questo ci dimostra quanto i meccanismi della conservazione siano fragili ma fantasiosi, animati da una specie di poetica.

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Sylvia Plath

[dropcap]I[/dropcap]l libro dei libri perduti è un’alternativa storia della letteratura che tiene conto anche di ciò che sarebbe potuto esserci, che magari è fiorito nella mente dell’autore, che ha condizionato le sue scelte e la sua weltanschauung. È un’aneddotica ricca di colpi di scena, di eventi ad accavallarsi, di date a rincorrersi. È una storia di lunghi e travagliati rapporti, di romanzi persino contesi tra due scrittori ma mai scritti da nessuno (come il caso di Agatha, che Melville e Hawthorne si scaricarono a vicenda senza mai riuscire a terminarlo). È la storia di decisioni, per fortuna, non rispettate (nel caso di Kafka), di pessime gestioni testamentarie e redazionali (come quella di Ted Hughes con Sylvia Plath), o di ispirazioni rapide, fulminanti (come quelle di Rimbaud che scrisse “se non scrivo di più, è che sono stanchissimo e che d’altra parte, per me come per voi, non c’è niente di nuovo”).

[dropcap]D[/dropcap]opo tante pagine a dolerci di ciò che è scomparso, di ciò che non leggeremo mai, delle tante idee che sono scomparse assieme agli autori, Stuart Kelly ci costringe a riflettere sul fatto che “la perdita non è un’anomalia, una deviazione o un’eccezione. È la norma. È la regola. È imprescindibile”.

[dropcap]A[/dropcap]nche per la nostra epoca, dove pare che ci sia possibilità di conservare proprio tutto. Tranne l’interesse.

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“Naja tripudians”: il veleno da cui non ci si salva

annie vivanti[dropcap]A[/dropcap]nnie Vivanti, figura anomala nel panorama della cultura italiana (e un po’ anche europea) tra ’800 e ’900, fu segnata nell’esclusività già a partire dalla nascita: padre italiano e garibaldino, madre tedesca e scrittrice, nascita a Londra nel sobborgo di Norwood. Imparò inglese e tedesco, prima ancora dell’italiano; crebbe tra Stati Uniti, Svizzera, Regno Unito e Italia. Volle conoscere il grande poeta del periodo, il Carducci, e gli inviò alcuni suoi componimenti poetici con un biglietto sfrontato:

Sono donna, ho vent’anni, e vengo da lontano assai onde vederVi. Non sono italiana ma profonda ammiratrice del Vostro linguaggio e di Voi, il più forte dei suoi poeti.

[dropcap]U[/dropcap] na spregiudicatezza, verbale e comportamentale, un’audacia che riverbera nei suoi romanzi; in quelle sue figure femminili e maschili che spesso rasentano lo stereotipo di una maschera ma che comunque fremono di impulsi profondamente viscerali, quasi primitivi.

Lei stessa si presentò così molteplice al grande poeta che poi sarebbe diventato amorevolmente “L’Orco”, in una poesia dal titolo emblematicamente Ego:

Non ho paese: è mia tutta la terra! / La patria mia qual’è? (sic) Mamma è tedesca, / Babbo italiano, io nacqui in Inghilterra. – E quale la mia fede? Io vado a messa; / La musica mi edifica e ricrea: / Ma sono battezzata protestate, / Di nome e di profilo sono ebrea. – Chiedi dell’età mia? Quasi vent’anni. / E quale la mia meta? Ancor l’ignoro. / Che cerco? Nulla. Attendo il mio destino, / E rido e canto e piango e m’innamoro.

Naja tripudians libro

[dropcap]A[/dropcap]nnie Vivanti fu teatrante, anche alla Fenice di Venezia; fu esperta di mondanità, esploratrice di mondi, convergenza di culture, sapienza di lingua, scrittrice controversa e spregiudicata per l’epoca in cui gemmò. Oggi, chissà, magari sarebbe stata apprezzata giornalista di costume, opinionista sulla parità di genere; ma se è vero che la storia non si può scrivere con i “ma”, è altrettanto innegabile che i suoi scritti furono considerati troppo piccanti, scurrili, finanche volgari. E anche per questo, la Vivanti fu scrittrice dalla fortuna altalenante: fiorì all’arte, manifestamente, in due occasioni particolari, ogni volta come un’epifania, per finire di nuovo dimenticata, fagocitata nel tumulto della vita che in quegli anni fu incalzante e asfissiante e inghiottita dalla smemoratezza dei lettori. E ancora oggi perdura il suo stato di scomparsa, reietta quasi completamente dal vasto pubblico di lettori e editori ingrati di tante parole, tranne per alcune ripubblicazioni rimaste di nicchia.

Naja tripudians[dropcap]N[/dropcap]aja tripudians fu scritto nel 1920, dopo le già fortunate uscite di Marion, artista di caffè concerto e soprattutto de I divoratori, ampia metafora del mondo dell’arte dove una delle figure protagoniste richiama la figlia Vivien, violinista già prodigiosa in tenerissima età e poi morta a Londra con il marito sotto i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. È un «romanzo stupefatto», secondo le parole di Pancrazi, questo Naja tripudians; un testo che viene vissuto come un’inarrestabile accelerazione alla distruzione finale; non si sa bene quale sia, questo punto di non ritorno, ma la frana è inarrestabile. In tanti gesti, negli sguardi appuntiti, nelle casualità ostentate si coglie l’irrimediabilità di una trama che vira decisamente al crudele, al sadico, al violento. E lo è ancora di più perché coinvolge due bambine, Myosotis e Leslie, orfane nell’ingenuità di una campagna che è stereotipo acceso, protette dall’indolenza di un padre scienziato, esperto di malattie e animali tropicali, che pare poco uomo e che si ripiega in una scienza senza apertura umana, che è pura discettazione senza nessuno scambio.

[dropcap]N[/dropcap]ella vita delle due piccole “zucche campestri” c’è una poesia acerba, ingenua, romanticamente informe:

Dove vanno, zia Marianna, i baci non dati? I baci creati nel pensiero, fioriti sulle labbra e non giunti al loro destino?

E sarà proprio la distruzione di questa poesia l’inevitabilità più crudele, l’azione più sconsiderata di un’umanità che distrugge e violenta. La naja tripudians è il cobra,

pura nelle sue curve come la voluttà di un violino.

[dropcap]I[/dropcap]l veleno che uccide con una velocità sorprendente, ma che lascia il tempo di rendersene conto, di realizzare che la morte, in pochi istanti, cala e non perdona: il respiro si blocca ma il cuore continua a pulsare. Ma la naja egizia diventa metafora di un comportamento decisamente più controverso e assillante, ancora più tremendo perché non naturale:

Pensavo alle ‘naje’ sociali delle nostre grandi città, di cui è tripudio il contaminare e corrompere ciò che ancora di candido, di sano e di sacro è nel mondo…

La lebbra è la malattia che serpeggia per tutto il racconto, con la sua carica di esotismo, di ignoranza, di flagello mai documentato. Sconvolgente la scena in cui Jean Vital trascorre la notte con una donna affetta dal morbo, senza saperlo, e alla mattina, con i primi raggi del sole, si sconvolge di pazzia per l’accaduto:

La bocca!… la bocca sua che aveva baciato quell’immonda cosa – quel volto roso e sfigurato dalla lebbra!

Agenda Carducci il 26 compone l'ode a AnnieIl romanzo è percorso da una passione sfrontata, da una carnalità guasta, da una sensualità in putrefazione e disfacimento, in una corsa veloce attraverso capitoli che sono piuttosto quadri, dipinti veloci. Si sprofonda in un mondo dove la droga è palliativo, neanche condannata per il male che crea quanto piuttosto vista complice di un degrado piuttosto morale, una sfaldatura sociale di cui la Vivanti si fa inedita denunciatrice, e non proprio paladina:

Perché amano veder godere. E perché amano veder soffrire.

Annie Vivanti mima lo stile, le nuances pre-vittoriane di Jane Austen: le medesime ambientazioni, la solita campagna inglese, gli stessi tè a cadenzare la monotonia di giornate a seguire il corso del sole. L’ironia è estrema, cesellata ma mai dissimulata:

Finalmente Miss Smith propose il rimedio inglese ad ogni più grave guaio. ‘Prendiamo una tazza di tè!’

Ma gli intenti sono completamente sconvolti; non solo cambiati ma persino rovesciati. Più nessuna grazia, più nessuna sagace dimostrazione di intelligenza: qua i vestiti, le ambientazioni, le stanze, i paesaggi, gli orizzonti sono percorsi da un veleno sotterraneo, da una scossa tellurica, da una violazione e distorsione dei concetto di godimento e di piacere, che si palesano soprattutto negli artisti, secondo le parole di Neversol, il personaggio più affascinante di tutto il testo:

La felicità umana è limitata, mentre i nostri desideri sono infiniti. Le possibilità di godimento sono fuori d’ogni proporzione con la nostra sete di piacere. Allora gli intellettuali, i raffinati, hanno voluto cercare fuori della vita, fuori della realtà, il filtro che plachi l’ardore d’inestinguibili desideri…

[dropcap]A[/dropcap]nnie Vivanti fu artista nel senso più completo del termine. In questo romanzo che per molti aspetti ancora è sorprendente, si concede un potere supremo: quello delle lettere, dalla parola che dà vita alla

Realtà, terribile Romanziera

e che altrimenti terminerebbe con la Morte.

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Quell’«Odor d’erbe buone» di una fanciullezza maremmana

odor-erbe-buone-3cc6dbe4-0091-417d-aa07-5a262d2e05dd La vita stessa di Guelfo Civinini è degna di romanzo. Nacque a Livorno nel 1873 ma trascorse i suoi primi anni a Grosseto, a quel tempo città immersa in una paludosa desolazione, terra preda di crudeli e spesso mortali febbri malariche.

Grosseto era insomma una cittadina malinconica e serena, abitata da neppur seimila anime, fatta di case che al primo entrarci odoravano di sigaro, di polvere, di spigo e di mele cotogne come cassetti di vecchi mobili.

Ma sarà proprio in questa città, “chiusa in una cerchia rugginosa di vecchie mura bastionate e arborate”, che nascerà nel piccolo Guelfo la curiosità tipica di chi è destinato all’irrequietudine. E per meglio assecondare la sua vocazione di orizzonti sconosciuti e di rotte da tracciare, si dedicò al mestiere più poetico: quello del giornalista. Ma di un giornalismo di frontiera, sempre in prima linea. Assunto nel 1907 al Corriere della Sera fu testimone (e narratore) di varie episodi cardini della storia d’Europa: dal terremoto di Messina alla guerra in Libia (quella della pascoliana “grande proletaria”). E poi fu cronista di viaggio e di politica, partendo dalla Grecia e arrivando in Svezia (intitolò: Viaggio intorno alla guerra). Ma fu anche librettista, in gioventù, contribuendo alla stesura de La fanciulla del West, di Giacomo Puccini. Fu esploratore della più profonda Africa Nera, fu amico di Elsa Morante, fu proprietario della Torre di Santa Liberata sull’Argentario (andata poi distrutta durante la Seconda guerra mondiale), fu Accademico d’Italia e Ispettore onorario per i monumenti, scavi e opere di antichità e d’arte per Monte Argentario e Orbetello.

Ma fu, più di tutto, uomo attento alla sua memoria. Ed è proprio nelle opere in cui ricorda il suo passato maremmano, quasi tutte scritte negli anni Trenta, che raggiunge forse i livelli più alti della sua arte. Come, ad esempio, in Odor d’erbe buone, pubblicato nel 1931 per Mondadori, una raccolta di frammenti memoriali che ricostruiscono il Guelfo che fu. Ma più che racconti di formazione, sono racconti di rievocazione sensoriale, una sorta di coralità sinestetica: vista, udito, tatto ma soprattutto olfatto. Una sinfonia di percezioni riportate in vita in tutto il loro acerbo splendore e spumeggiante potenza. Il titolo, in questo senso, non lascia certo spazio né a dubbi né perplessità: le erbe sono quelle della sua infanzia, che cominciano con il primo giorno di scuola.

Più che gli odori dei fiori mi piacevano poi quelli dell’erbe, che sono più schietti saporosi e freschi.

220px-G._CivininiDi erbe, in Maremma ce ne sono tante, una lunga lista, e tutte trovano spazio nella terminologia di Civinini: basilico, cedrina, ruta, finocchio, geranio, malvarosa, résede.

Ma ci sono anche tutti gli altri odori, che affollano l’aria del bambino: dal pane, cotto dai fornai, a quello delle torce a vento che si accendevano durante la processione del Venerdì Santo.

Io ero insomma una specie di cucciolo di can da caccia, che aveva in gran prevalenza sugli altri quattro il senso dell’olfatto.

Odor d’erbe buone ha una cadenza incalzante, un andamento evidente di rincorsa cronologia, in un’accelerazione alla maturità, ala vecchiaia, che si manifesta palese nelle ultime parole, quasi epigramma di volontà:

Così finì l’infanzia. Venne allora l’adolescenza, e finì. Poi la giovinezza, e finì. Poi la maturità, e anch’essa finisce. Forse è cominciata la vecchiaia. Così sia. Amen.

E proprio dall’infanzia si parte, dalla “Vecchia Maremma” che aveva visto Civinini compiere i primi passi in un ambiente che non gli apparteneva per nascita ma che l’avrebbe graffiato e rigato nel profondo, lasciando solchi e tracce che mai sarebbero spariti, lungo tutta la sua vita. Poi Civinini racconta di “Un bambino un po’ strano”, quello che si edificava uomo nella Maremma feroce, in mezzo alle febbri malariche, alla desolazione del calore estivo. Con lo spettro di un fratello più grande, morto, che portava lo stesso nome che poi sarebbe stato dato a lui, una volta nato. Come se, oltre alla sua personalità, Guelfo avesse la responsabilità anche del carattere, dei sentimenti dell’altro Guelfo, quello che non era sopravvissuto. E parimenti, nacque in lui, quasi per compensazione, il “Bisogno di una sorella”, una figura femminile che potesse accompagnarlo nella formazione, che potesse consigliarlo e guidarlo, una volta magari mancata la madre. Ma «di lei non rimase in casa nessun segno, nemmeno un ritrattino». Un’altra sorellina morta; e il dolore ci rende magari feroci, nel privarsi di qualsiasi traccia possa, un giorno, tornare a farci male, a tiranneggiarci con il suo dolore mai guarito.

SPART.FANCIULLA.WEST1E crescendo si aprono per Guelfo le porte del gran mondo, quello geografico; terreno fertile, fertilissimo, per la sua fantasia sfrenata, cresciuta sulle storie narrate e lette. Chateaubriand gli spalancò le porte del mondo.

Libro di più maliziosa ingenuità e accaparrante falsità non poteva capitare tra le mani d’un povero bimbo ignorantello, che finiva allora la terza elementare, ma aveva la testa già piena di giuccherie.

Anche da adulto, Civinini se ne portava sempre una copia con sé: amuleto per la vita e l’arte. Unico suo ricordo materiale della vita provinciale:

Questo, e una cassetta di vecchio intarsio con entro al coperchio uno specchio a cerniera, che era la toeletta della mia mamma.

Il materno e il remoto: le due spinte centripete che resero Civinini sì un esploratore, ma intensamente affezionato alla terra delle sue radici. Bisogno di nomadismo ma anche di casa, avrebbe detto Bruce Chatwin.

Poi ne vennero altri, di libri, nella formazione del Civinini. Sicché “ci prese il vizio”: furono, i libri, opportunità, occasioni non mancate per staccarsi da terra, per la rincorsa e il salto che lo avrebbero portato a scavalcare la siepe leopardiana. A Civinini non interessò mai l’immaginare; apprezzò sempre, molto di più, il verificare:

Però com’era bello il mondo di là di là da quei miei piatti orizzonti!

E fu per questo che partì alla ricerca. Come armi, la penna e l’inchiostro. Il suo incontro con le lettere, con la scrittura, fu come epifania, durante i primi anni di scuola. Un legame, un affetto profondo che il giovane alunno non si sarebbe mai atteso. Una decisione che, retoricamente e anche un poco vanitosamente, Civinini ha sempre considerato come una sorta di peccato, di sbaglio.

Un giorno, inevitabilmente, il “bimbo provinciale” morì. Il trasferimento e l’arrivo a Roma lo costrinsero a crescere, lo privarono di orizzonti indefiniti, lo posero all’interno di una società che pretendeva di più ma anche, forse, più concedeva. Ma la Maremma oramai aveva fiorito, in Civinini. Lo aveva stregato e si era impadronita di quel fanciullo arrivato lì per caso, senza motivi che non fossero destino. E la “maremmanità”, per Guelfo Civinini, continuò a rimanere parte fondante della sua personalità, costituente fondamentale di ogni suo tempo declinabile:

Ogni tanto mi capita di sentirmi rimuovere dentro il mio fondo maremmano: che è qualche cosa di selvatico e di estatico, ma anche di sanguigno.

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Gianna Manzini, “Lettera all’editore”. Una mano vincente a carte

Gianna Manzini, Lettera all‘editore, Sansoni, Firenzi 1945
Gianna Manzini, Lettera all‘editore, Sansoni, Firenze 1945

Gianna Manzini scrisse negli anni in cui i rapporti con l’Editore erano molto stretti, a tal punto da trascorrere assieme a lui intere estati, in amene località valdostane; o a tal punto da potersi permettere di scrivergli, di raccontargli la genesi dei romanzi, di squadernargli progetti più o meno definiti di opere narrative. Che un autore si smascheri, senza remore né complessi, denunciando i meccanismi poetici e narrativi che fanno gemmare un romanzo non è fatto diffuso. Manzini non conosce ripensamenti né timori; la sua ammissione di progettualità è chiara, lampante, esente da meraviglie. In Lettera all’Editore (sottotitolo: Giuoco di carte) il titolo dà subito conto di cosa si andrà a leggere: una missiva, ampia, ariosa, complessa, che dà conto di “un progetto di lavoro” ritrovato, recuperato (e sottratto) allo scorrer del tempo. Codesto ‘meta-romanzo’ uscì nel 1945 per Sansoni, ma l’anno successivo fu riedito con modifiche e varianti da Mondadori; quell’Arnoldo Mondadori che era il vero destinatario della missiva.

La trama, persino irrilevante rispetto all’esplorazione dell’architettura narrativa, è creata per sottrazione, frammentata in episodi che si presentano alla mente della scrittrice senza regola, ma tramite un “correlativo oggettivo” di montaliana derivazione: un cavallo, una melagrana. E si strutturano in “avventure personali” e “vicende romanzesche”, a significare come i due comparti siano separati ma, in definitiva, comunicanti. Come se le sue esperienze personali si allacciassero all’invenzione, per pudore o per convenienza: “Ma in tutto ciò io non mi sono mai perduta di vista. Così che il vero romanzo per me consiste nei punti di concomitanza dell’intreccio con alcuni episodi della mia vita”. La vita della scrittrice, nel suo compiersi, offre terra propizia e fertile alla nascita dei personaggi, di fantasmi che premono per aver vita, per affrancarsi da una trama che altrimenti sarebbe già decisa e stabilita.

E par di vederla, la Manzini, seduta al tavolo, la penna tra le mani, fogli bianchi a riempirsi di inchiostro e pensieri, attorniata dai suoi personaggi; che la guardano, la guidano, l’affollano con fiato e carne immaginaria. E i personaggi sono testardi, caparbi. Si rifiutano, persino. Evento non inedito né inaudito: già Pirandello ci aveva presentato personaggi in cerca di considerazione, di qualcheduno che convertisse il loro dolore in maniera poetica, letteraria. Ma per i personaggi di Manzini c’è attesa di un qualcosa di più, c’è consapevolezza di sé stessi ma anche della scrittrice. È lei che li plasma, ma sono loro che la convincono a farsi plasmare; sono loro che crescono, maturano, che in base alle loro variazioni d’animo e di prospettive tiranneggiano la trama stessa, e la cambiano, modificando anche la percezione che la scrittrice aveva di loro. Un rapporto complesso, in definitiva; quasi un tiranneggiarsi reciproco che alla fine non trova una completa definizione, ma si scheggia in episodi privi di un’unità chiara d’intreccio.

Gianna Manzini
Gianna Manzini

Lettera all’Editore è esempio folgorante, summa completa della poetica letteraria di Gianna Manzini. Fu a Firenze che lei cominciò a maturare un interesse costante e potente per la letteratura, soprattutto inglese, quella che si tuffava nell’interiorità dei personaggi, che sommergeva il lettore con i flussi di coscienza, con il discorso interiore, con dislocazione di preposizioni e sentimenti.

Virginia Woolf fu il nome più ammaliante. Fu l’esempio più generoso di come si dovesse scrivere, di quale fosse la ricerca giusta per il nuovo corso del tempo. Fu la sua scuola narrativa; e lei stessa teorizzò l’importanza di questo incontro in un testo di alta poetica, La lezione della Woolf, del 1945: “La leggevo e imparavo a raccogliermi l’anima e a tenerla in fronte come la lampada dei minatori”. Una sorgente di luce che dalle profondità dell’animo di ognuno consente chiarità di prospettive e di analisi profonda: “Mi accade così di trovarmi bruscamente come in possesso d’una lampada, con la quale, procedendo nel buio, vedevo cose ignorate uscire dalle tenebre per entrare nel mio cerchio di chiarità”. Le eredità di questo rapporto sono tante: rare, rarissime la parole dirette, i dialoghi, le interazioni verbali tra personaggi; dirompente, all’opposto, il ragionamento, inesauribile vortice di parole sovrastanti, di logiche sottili; altissima densità di immagini ardite, impennate poetiche che parrebbero stridere con la forma della prosa: “Il concerto era finito. […] Le ultime note si erano spente: ricercarne l’estrema vibrazione sarebbe stato come accostare lo specchio alle labbra d’uno che non respira più”.

La rivista antifascista «Solaria»
La rivista antifascista «Solaria»

Ma su Gianna gravava anche una certa influenza poetica, magari persino ipoteca della sua terra di nascita, quella Pistoia così vicina a Firenze da subirne inarrestabilmente la forza di attrazione. Conobbe Bruno Fallaci, zio di Oriana; si avvicinò alla raffinata «Solaria», conobbe Vittorini, Moravia, Bonsanti, Prezzolini. Fu anche per questo che la scrittura della Manzini è allusiva, la trama un espediente che si fonda sui dettagli, sulle prospettive irregolari, sui volti mutevoli di un’umanità sfuggente ma dalla materia in continua evoluzione e definizione. Ed è il mondo che scorre il grande campo di indagine della Manzini. Il mondo dove lo scrittore ha un obbligo, un compito quasi morale, dal quale non si può smarcare né sottrarre. Il problema che la letteratura dovrebbe poter scaldare con la vita i ritratti che compaiono, che si materializzano da un luogo inesplorato. Senza questo compito, senza questa missione, rimaniamo con le pagine di un romanzo bruciate “ad una ad una: sul davanzale della finestra, a notte alta”.

L’italiano della Manzini è levigato, perfetto, penetrante come bisturi. È un italiano remoto, quasi dismesso, ma per la materia trattata è chirurgico, altamente specialistico. Un italiano fortemente lirico, simmetrico, che procede per chiasmi, per ragionamenti serrati che ci possono far smarrire se non si sta attenti e vigili. Ma a volte, è persino contemplata la possibilità dello smarrimento, perché l’interesse è la visione d’insieme, è l’istantanea che poi rimane come fotografia. E anche della punteggiatura la Manzini ha un’idea suprema: la punteggiatura è strumento, potente; è una potenzialità estrema della lingua, che crea pause, rafforza concetti, spezza ragionamento, frammenta suoni, ricostruisce percorsi emotivi e mentali. Parentali, virgole sparse a piene mani, punti intelligenti, doppi punti anche doppi e consecutivi, punti e virgole riesumati e in ottima salute. È una delizia, per occhi e orecchie, la lettura di pagine così ben seminate.