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Milli Martinelli, Ancora e sempre aprile: il nuovo titolo della Biblioteca!

[dropcap]L[/dropcap]a Biblioteca dei Libri Perduti è lieta di annunciare la sua nuova uscita: Ancora e sempre aprile, raccolta di racconti di Milli Martinelli.

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Sei microcosmi che attraversano un secolo di Storia e ci fanno dialogare con l’autrice attraverso la sua portavoce: Milina, spirito effervescente, indagatore e attratto dall’Umano in tutte le sue sfaccettature. Sei storie tinte di umorismo, racconti che suggeriscono, a volte sussurrandolo a volte urlandolo, il desiderio dell’autrice di indagare le incongruenze, le tensioni e le pulsioni del nostro tempo, ma anche gli ideali vituperati e negati, insieme a tutti quegli jurodivye, gli “Stolti in Cristo”, di cui il lettore troverà tracce sparse qua e là.

Milli bambina«La vita è un dono in quanto tale» ci dice l’autrice per bocca di Milina: l’evoluzione dell’uomo che raggiunge lo stadio più elevato dopo quello della ragione, vale a dire quello della mente intesa come “spirito”, “coscienza” o, come dicono molti, “anima”, conduce Milli a un’autentica fiducia nell’essere umano. Attraverso questo percorso di ricerca, la sua parola si carica sempre più di senso: è voce che ricorda e ricompone gli sprazzi del passato; è segno che testimonia la possibilità d’esistere oltre il tempo; è fonte di spassosissimi alterchi e confronti; è incontro tra menti vaste e smarginate; è preghiera laica, al pari delle note di un violino.

Milina fissava la bara sepolta dai fiori e senza avvedersene si rivolgeva a Lui, in una sorta di confusa preghiera senza parole. Ma non era preghiera. La preghiera è destinata solo a Dio, e Milina non era avvezza a pregare. Conosceva soltanto una preghiera che qualche volta, in un particolare stato d’animo, pronunciava mentalmente senza sapere a chi la rivolgeva ed era “grazie, grazie, grazie”. Le accadeva nei rari attimi di perfezione spirituale, quando le vibrava dentro come una corda tesa di violino. Se in quei momenti si rivolgeva a Dio, non avrebbe saputo dirlo, perché non riusciva a immaginare Dio, che infatti non è immaginabile: è un concetto, una metafora, e tuttavia quella preghiera nasceva da una irrefrenabile gratitudine per il dono della vita o per un impulso di acutissimo di amore e dolore per l’umanità. Forse in quella tensione d’amore avvertiva il senso dell’Assoluto.

milli1[dropcap]M[/dropcap]illi Martinelli è stata Docente di Lingua e Letteratura russa presso l’Università IULM di Milano, autrice di numerosi saggi critici e traduttrice di opere teatrali. Ha esordito nella narrativa con Storia di un’idiota, Archinto editore 2008. Tra le sue precedenti pubblicazioni ricordiamo: Russia: l’ultimo inganno. Forse il diavolo ha acceso ancora le luci, Baldini & Castoldi 1995; Il Settecento russo: storia e testi della letteratura russa, UNICOPLI 1997; Leggere Dostoevskij: viaggio al centro dell’uomo, UNICOPLI 1999. Ha curato inoltre l’opera omnia di M.A. Bulgakov per la BUR (1994-2004).

I diritti d’autore del libro saranno devoluti ad Ayuda Directa Onlus impegnata in progetti umanitari in Ecuador.

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Nelle pieghe oscure della storia. Una lunga pazzia, di Antonio Barolini

[dropcap]N[/dropcap]el 1962, a un anno dall’uscita in Francia di Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique di M. Foucault, esce in Italia, per i tipi di Feltrinelli, su terreni confinanti con il Verismo e il Romanzo d’appendice, ma con tocchi sparsi di poesia, Una lunga pazzia dello scrittore, poeta e giornalista di origini vicentine Antonio Barolini (Vicenza, 1910-Roma, 1971). Un capitolo del romanzo originale, intitolato Una casa di campagna, era già apparso, nel 1953, nel Quaderno XII di «Botteghe Oscure».

[dropcap]I[/dropcap]l Neorealismo sembra ormai una parentesi chiusa, per alcuni da rinnegare, e la letteratura si avvia a percorrere strade alternative, quando Una lunga pazzia ritrae e svela, con nitore e schiettezza, ma con una vena di ironia, un piccolo mondo veneto, chiuso e patriarcale, figlio di una certa cultura, superstiziosa e bigotta, di primo Novecento. Un romanzo che coinvolge con la sua apparenza innocua e il suo gusto popolaresco ma che, con grazia e levità, conduce lentamente nel cuore di una storia delirante, senza via di fuga.

[dropcap]L[/dropcap]e vicende dei protagonisti e del loro entourage portano con sé una disamina sociale impietosa: il corrompersi del sentimento religioso a favore di una serie di rituali, tra rozzezza e ottusità, il venir meno al proprio compito di una classe dirigente, il fallimento del singolo come apice della crisi di un intero sistema, le aberrazioni di una certa “educazione sentimentale”. Nulla di decadente o estetizzante, solo un’indagine accurata di quel mondo provinciale di cui l’autore avverte ancora gli strascichi. E noi con lui, anche a distanza di mezzo secolo.

[dropcap]L[/dropcap]a storia si avvia e procede nella più losca segretezza, se non che nella vita di Pietro – 45 anni, amante di Regina da dieci, sindaco del paese, in buona con gli atei, con il prete e con tutti gli indecisi – compare per caso una certa Maria Assunta. Signorina benestante ma non troppo, con la passione per il pianoforte e i capelli vaporosi come certe artiste che si vedono sulla copertina dei giornali illustrati. Animata da crisi spirituali ma, a dispetto dei desideri materni, lontana dall’idea di farsi suora. Ha ereditato dal padre l’esuberanza romantica e dalla madre l’angustia mentale, si dibatte in un coacervo di luoghi comuni, passando dal più nudo e retorico misticismo alla più bassa e volgare superstizione. Da tal donna non può che nascere un esserino, Giovanni, preda di visioni e isterie, esaltato dalla propria presunta genialità. Una vita, la sua, corazzata di pigrizia, imbellettata da costumi eccentrici, satura di noia e sete pregiate, sferzata da un’inflessibilità dura e capricciosa verso i sottoposti. Attorno, brulica un’umanità complice, preda di pettegolezzi e sudditanze, con la connivenza di preti che riescono a «intorbidare l’acqua Santa e a far impallidire il manto rosso del diavolo».

[dropcap]L[/dropcap]a grande Storia si insinua leggera e discreta all’interno delle vicende personali. La prima Guerra Mondiale passa così, nello spazio di poche righe, e l’euforia del primo dopoguerra strombazza come quelle alte carrozze traballanti, tutte sbuffi e urli sordi, che seminano il terrore tra polli, uccelli e contadini. Insomma, si sorvola sui drammi: fillossera e afta al pari della spagnola con la sua teoria di lutti.

[dropcap]M[/dropcap]a a ben guardare, dietro le tipologie letterarie e narrative, c’è tutto un retroterra da contestare. Le figure maschili sono vittime di una mala-educazione fatta di streghe vendicative e conformismo, l’unica difesa possibile per loro, da adulti, sembra essere la santità del diritto ereditario di proprietà. Per il resto, la loro è una vita dominata da una vaga paura: meglio tenersi buona la Chiesa che, a sua volta, chiuderà un occhio su tradimenti, frequentazioni equivoche, improperi,  bestemmie incluse. Pecorelle impigrite dalla ricchezza dei pascoli, con qualche segreto pasticcio, magari una tresca con una donna sposata, incanto di carezze e baci, spregiudicata al punto tale da rendere il marito connivente del tradimento, tenendo l’amante al guinzaglio, sotto l’incubo di uno scandalo.

[dropcap]I[/dropcap]l romanzo, nel tratteggiare la psicologia dei personaggi, si rivela mordace e allusivo, soprattutto per la non-convenzionalità delle dinamiche, basti pensare al rapporto teneramente ambiguo tra i due giovani, Giovanni e Marcello, figure centrali nella seconda parte del romanzo, legati da una liaison tanto sfumata quanto ammiccante: “nell’amicizia tra persone di un medesimo sesso, il senso può riuscir ad esprimersi sul piano medesimo dell’intelligenza e creare un’armonia, tra gli esseri che la compongono, anche più rara e sublime”.

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Antonio Barolini, Una lunga pazzia, Feltrinelli 1962.

[dropcap]L[/dropcap]o stile di Barolini, avvezzo a frequentar la poesia, fa sì che ogni descrizione sia densa e quanto mai suggestiva. Ed è forse questo linguaggio ricco e sfumato a far dimenticare gli echi di situazioni letterarie note: dal richiamo a Mastro Don Gesualdo del padre-padrone protagonista, al rapporto di dipendenza madre-figlio di Maria Assunta e Giovanni che, al di là degli esiti, ricorda tanto quello delle Sorelle Materassi con il nipote Remo, fino alle pittoresche comparse di manzoniana memoria (l’abbadessa confidente degli afflitti, il notaio-azzeccagarbugli, le pettegole di paese…).

[dropcap]I[/dropcap]l romanzo comincia e si conclude in un manicomio di Colbasso. La protagonista, insieme alla sua cameriera personale, vive da quattordici anni in un mondo fluttuante, dentro a sogni e immagini, priva del senso del tempo: un’esistenza rallegrata soltanto dai fiori del giardino o dalle primizie dell’orto che qualcuno le porta da casa. Maria Assunta non può far altro che chiamare “poveri pazzi” gli altri senza rendersi conto di essere una di loro. Assolta dal tribunale per totale infermità di mente, sorvegliata in un luogo di reclusione.

[dropcap]T[/dropcap]utto ciò avviene molto prima che il signor Basaglia possa scalzare le teorie di Lombroso. Nel 1962, anzi, negli anni Cinquanta quando il romanzo viene concepito, la pazzia è considerata un patrimonio genetico, marchio indelebile. Che c’entra l’ambiente? Si tratterebbe di chiederlo ai protagonisti di questo libro, meglio ancora alle figure reali sottintese, a quell’ottica provinciale imbevuta di terrore e fanatismi che, ancor oggi, in certi luoghi più o meno remoti d’Italia, e parlo del 2014, può portare alla pazzia.

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Bizzarrie poetiche. Sogno e ironia, di Carlo Chiaves

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Claude Monet, San Giorgio Maggiore al crepuscolo

[dropcap]C[/dropcap]repuscolari? Lo siamo tutti, quando percepiamo il tempo che fugge, visitiamo i luoghi del passato, ci intratteniamo consapevolmente in piaceri fugaci o rileggiamo certi versi, per esempio questi di Carlo Chiaves, raccolti e dati alle stampe per la prima volta a Torino nel 1910: una rassegna di scorci, temi, guizzi dell’immaginazione, semplicemente familiari.

[dropcap]C[/dropcap]’erano una volta, e forse ci sono ancora, i Crepuscolari. Poeti minores dalle tonalità tenui e disimpegnate che, proprio in virtù di questa lievità, parlano amabilmente e senza filtri al nostro tempo. Forse perché del crepuscolo il presente conserva i tratti, tanto ci appaiono limpidi e comprensibili certi versi nati per pura bizzarria, quanto risultano distanti e irraggiungibili i miti eroici e le idealità di ben altra e precedente produzione poetica. Allo stesso modo, una luce malinconica e disincantata smorza i toni, ci sottrae a qualsiasi ipotetica velleità. Nessuno spirito di rivolta, nessuna fiducia nel vitalismo o in una concezione che si avvicini all’impegno civile o, in altra sede, all’esperienza del sublime. La tradizione classica si è logorata e, con essa, i miti hanno perso spessore, consistenza, verità.

P1140568_1[dropcap]È[/dropcap] una sorta di ripiegamento nell’intimità che, pur tradendo l’ottica breve, provinciale, ci conquista per la limpidezza, semplicità di un “sentire” che non richiede glosse. E l’autoironia dell’autore, per quanto prossima al cliché, ci rivela la prospettiva privata e mondana del creare, da cui non pretenderemo nulla di più:

Io vorrei ne la mia segreta / anima, raccogliere l’intera / anima di tutta la schiera, / io solo, il vostro poeta1.

[dropcap]U[/dropcap]n mondo distante dalle urgenze pratiche del vivere, dai passi sofferti e condivisi della Storia, protetto da un’aura di leggerezza, dentro a scorci rasserenanti nei quali cercare rifugio e rimpiangere amori ingenui e languidamente romantici. Favole che non ritornano (come il vecchio camino con i suoi alari arrugginiti), l’invito della giovinezza a indugiare, a rimandare il passaggio, ostico e inevitabile, all’età adulta, o il fugace amore per una donna che ha calcato le scene del caffè-concerto e si è camuffata da madrilena… Lolita. Altrove è il gelido inventario delle cose morte a ricordarci in maniera più netta e stringente Gozzano. Oppure qualche nota cerebrale ci riporta a Gnoli, come nel prospettarsi del mondo dopo la morte, con liriche dalla struttura più robusta e dal verso che incide.

[dropcap]F[/dropcap]ermare il bizzarro pensiero con ritmo grave e leggero: questa doveva sembrare a Chiaves la prospettiva del poetare. Torinese (1883-1919), figlio di Desiderato, (1825-1895), Ministro dell’Interno del Regno d’Italia e commediografo, studiò legge senza mai esercitare la professione, ebbe un’intensa vita di relazioni, dissipata ed elegante, ricca di femminili avventure (delle quali non mancano echi nelle liriche), eppure, una vita che ispirò versi soffusi di malinconia. Numerosi i soggiorni e le pause nella villa di Monale d’Asti, la “Bastita”, rifugio estivo costantemente frequentato ma lontano dall’essere il contenitore di un verginale stato di grazia, quanto il semplice scenario di un vivere confortevole.

[dropcap]S[/dropcap]i avvicinò all’arte drammaturgica, senza andare oltre il puro gioco della brillante conversazione o della contesa tra ingegni. Pubblicò ne La stampa due articoli storici e nel Corriere dei Piccoli due raccontini (1909). Si occupò di cinematografo e della riduzione dell’Amleto, interpretato da Ruggiero Ruggeri. Un film che ebbe un certo successo, Il mistero della casa di fronte, fu tratto da un suo soggetto e proiettato postumo. Morì improvvisamente nella casa del fratello Edoardo: il Dino al quale Sogno e ironia è dedicato.

P1140563_1[dropcap]N[/dropcap]ella postfazione all’edizione del ’56 di Sogno e ironia, il curatore Aldo Camerino rievoca l’humus culturale della Torino di quegli anni: Davide ed Edoardo Calandra, zii del poeta e suoi amici, Gozzano, Vallini, Gianelli, la Guglielminetti, Dino Mantovani, il pittore Grosso, Leonardo Bistolfi, l’editore dei crepuscolari Renzo Streglio e Lattes che stampò Sogno e ironia. E ancora, cita le accoglienze festive a Giovanni Faldella, scrittore eccentrico, quando arrivava da Roma, o più spesso, dalla sua Saluggia. Quella del Chiaves, aggiunge Camerino, non è poesia puramente crepuscolare, in quanto richiama a volte per il metro, la struttura del periodo e l’ironia, l’ultimo Graf, quello delle Rime della selva. Ma con accenti tipici: soavità, passeggere crudezze, un abile gioco di ritmo e verseggiatura.

[dropcap]S[/dropcap]u tutto, un sorridente distacco e una grazia soffusa, come quella che veste di parole un cespuglio, nato spontaneamente e cresciuto al sole e alla pioggia, fiorito un giorno all’improvviso. Come scrisse G.A. Borgese a commento della prima edizione2, certe strofe son costruite in una maniera che ricorda la leggiadria canora del Metastasio, del Vittorelli e degli abati settecenteschi. Da tutto ciò deriva la peculiare lievità del ruolo del poeta, esplicitata dall’autore all’inizio della raccolta, quando immagina che un turbolento bambino del futuro, nel secolo 2300, si interroghi sul vetusto significato del termine:

Poeta? Che vuol mai dire? Una razza inquieta / di gente, che è scomparsa da quasi un’eternità.

L’autore può così, in altra sede, confessare:

Non per consiglio d’arte / io scrivo: oh! credi! ma per bizzarria.

Non c’è confusione tra sogno e realtà, ma dialettica, intreccio. Le due dimensioni si completano a vicenda mentre le freddure da salotto si convertono in canzonetta, sfumando nel divertimento l’aridità del vivere mondano e l’attaccamento sterile alle cose. Il poeta si schermisce:

Ingegno? No! un po’ di spirito, / ma… spirito da tempo perso!

[dropcap]A[/dropcap] completamento della produzione del Chiaves andrebbero aggiunte le poesie, inedite o sparse, raccolte da Farinelli nel saggio C. C. crepuscolare solitario3 che delineano una certa indipendenza del nostro dalla poetica gozzaniana, evidenziando al contempo una sua inoffensiva spregiudicatezza. Ma quella che abbiam di fronte, Sogno e ironia, è una raccolta destinata a quanti

non ammettono soltanto le pur mattissime follie della moda d’oggi, e accettano anche i capricci e le eleganze di quella di ieri e dell’altrieri4.

[dropcap]A[/dropcap]l turbolento bambino del secolo 2300 l’ardua sentenza. (Quando, con Chiaves, ci auguriamo che, per quanto rovinata, non sia ancora del tutto dispersa la crosta del mondo).

1Per le citazioni testuali cfr. C. Chiaves, Sogno e ironia, Versi 1910, Neri Pozza editore, Venezia 1956.

2Poesia crepuscolare. Moretti, Martini, C. – in La Stampa, 1º sett. 1910; pubbl. poi in La vita e il libro, s. 2, Torino 1911, pp. 149-160.

3Cfr. Id., Tutte le poesie edite e inedite, Milano 1971.

4Postfazione di A. Camerino, in C. Chiaves, Sogno e ironia, Versi 1910, Neri Pozza editore, Venezia 1956, p. 162.

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La potenza delle tenebre. L’arte drammaturgica di Lev Tolstòj

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[dropcap]P[/dropcap]iccolo capolavoro adombrato da grandiose opere narrative, questo dramma in cinque atti ci offre lo scorcio vivo di un’umanità alla deriva, illuminata da una divina compassione.

[dropcap]C[/dropcap]orreva l’anno 1886 e La potenza delle tenebre nasceva dall’estro di Lev Tolstòj contemporaneamente a celebri racconti popolari che tanta eco avrebbero avuto nella letteratura di tutti i tempi. Non era la prima volta che il grande autore russo si cimentava nel genere drammaturgico: in precedenza aveva scritto due commedie di tipo farsesco (Il Nihilista e La famiglia impestata); si era inoltre soffermato sulla realtà contadina affinando quel linguaggio popolare, vivido, frutto della conoscenza formale ed essenziale della miseria nelle sue diverse declinazioni. Ancor meno nuovi erano i temi del male e dell’ossessivo rimorso per un autore che aveva trattato magistralmente i traviati destini di personaggi tormentati.

[dropcap]M[/dropcap]a La potenza delle tenebre, dramma in cinque atti, sorprende ancor oggi per la sua tragicità priva di attenuanti, per la sua cupezza dipinta ad arte. Storia di seduzioni e delitti, angosce e baratri che vedono protagonista il giovane Nikìta: bracciante rubacuori di un villaggio russo, sedotto dagli eccessi e dai vizi e, a sua volta, seduttore incapace di dominarsi, spintosi a compiere crimini che neppure i tormenti delle colpe, scaturigini dell’autodenuncia finale, possono lenire. Attorno a lui, come avvinghiate a un vortice nefasto, gravitano figure fosche, artefici di un intrico di efferatezze; tra queste, la traditrice Anìssa e la cinica Matrèna, tanto simile a Lady Macbeth.

tolstoj1[dropcap]N[/dropcap]el 1886, mentre scriveva il dramma, Tolstòj giaceva a letto a causa di una ferita riportata nei campi. La lettura del teatro di Shakespeare, Ostròvskij, Corneille e Molière e di opere sull’arte drammatica si univa all’osservazione attenta del reale e della vita contadina, ricreando scorci di impressionante crudezza. L’autore si ispirò alle vicende di Efrem Koloskov: contadino colpevole dell’omicidio del proprio figlio neonato, frutto di un’incestuosa relazione. L’uomo, protagonista della brutale vicenda, giunse all’autoaccusa, esattamente come Nikìta, confessando pubblicamente il delitto in occasione del matrimonio della figliastra.

La potenza delle tenebre ricrea a tinte fosche un mondo lusingato dal vizio e dal denaro, dove le donne sembrano

cieche come talpe… belve nelle foreste1

e il pensiero cede al materialismo:

… c’è chi ha la pancia più gonfia e chi l’ha più floscia. Questa è tutta le differenza.

[dropcap]N[/dropcap]ell’oscurità, lontana dalla redenzione, soltanto chi si affida umilmente alla pietà divina può avere salva la coscienza e sottrarsi al vortice di nefandezze che travolge l’izba di Petr. Il personaggio apparentemente più misero e ignorante, il vecchio padre di Nikìta, Akìm dall’eloquio stentato, si fa portavoce della più alta espressione di conforto:

Tu non hai avuto pietà di te stesso

dirà al figlio,

ma Lui avrà pietà di te.

[dropcap]E[/dropcap]ppure, trattandosi di un dramma tolstòjano, la morale non è consolatoria, bensì l’espressione di un’attitudine conflittuale, dominata dal dubbio: quella di chi ha attraversato le contraddizioni, affrontando ogni prova della vita, scegliendo per sé un percorso tormentato. È l’ansia religiosa di un autore che, muovendo da un pessimismo di ascendenza schopenhaueriana, ha cercato il divino, inizialmente con la ragione e via via con il sentimento, tentando di conciliare la dottrina cristiana dell’amore per il prossimo con la concezione pagana del mondo, traducendo la propria disperata ricerca spirituale in una mescolanza di Vangelo, agnosticismo, fideismo, razionalismo e panteismo. Come affermò Stanislao Tyszkiewicz:

… scalzando la base soprannaturale del cristianesimo, Tolstòj ha reso un grande servizio all’ateismo sovietico che, pur mostrandoglisi riconoscente, ironizza la sua dottrina morale2.

[dropcap]E[/dropcap]ppure tutta quest’ansia, questa tensione dubbiosa e sofferta, tinge di colori inconfondibili la produzione dell’autore, tra utopie ed escandescenze, e vibra anche in questo piccolo capolavoro drammaturgico dove la profonda conoscenza dell’animo umano, oltre il velo della crudeltà, si riverbera a tutti i livelli: dalle scelte linguistiche all’azione drammatica, dal pathos espressivo alla truculenza dei dettagli, brutali ma non ostentati, spietati ma privi di compiacimento. E la scrittura si fa visione, anticipando ai nostri occhi la messinscena, prospettandoci solo in ultima battuta uno spiraglio di luce. A nessuno spetta il giudizio perché la colpa è collettiva e i dubbi esistenziali si stemperano nell’umiltà.

[dropcap]U[/dropcap]n sentimento di divina compassione scandisce l’arte di Tolstòj e, parallelamente, attraversa la sua vita. Ci parla di un uomo che conobbe le angosce e i dolori trovando le parole per raccontarli, fino alla tentazione del silenzio, alla decisione di sdegnare ogni gloria terrena per andare in cerca della povertà. La profonda vicinanza agli ultimi della terra lo portò a incontrare la morte il 7 novembre 1910, alla stazione di Astàpowo, e a rivolgere rimproveri a quanti si affannavano per tenerlo in vita:

Vi sono sulla terra milioni di uomini che soffrono; perché volete soltanto occuparvi di me?3.

La medesima umile e divina compassione attraversa La potenza delle tenebre: uno sguardo benevolo sui nostri oscuri abissi, dove i demoni si nascondono alla coscienza.

________

1 Per le citazioni testuali Cfr: L. Tolstòj, La potenza delle tenebre, Versione di Vittoria de Gavardo Carafa, Edizioni Paoline, Catania 1963.

2 Ibi, Introduzione, p. 8.

3 Ibi, p.9.

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La libertà è un dovere. Storia di un uomo, di un’epoca e del giornalismo che li raccontò. Memorie di un redivivo di Mario Borsa (1945)

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 Addentrarsi in un libro che tratta i principali eventi a cavallo tra ’800 e ’900 e restare disarmati di fronte alla sua attualità: ecco cosa accade leggendo Memorie di un redivivo di Mario Borsa. È un ampio e coinvolgente racconto, scandito dalle pagine più significative della storia d’Italia e d’Europa, colorato da un “gusto della narrazione” che, come ci svela l’autore, sbocciò negli anni della fanciullezza in una cascina sul Po. Insieme a Mario Borsa ripercorriamo le fasi cruciali della nostra evoluzione storica, con gli occhi di un giornalista di profonda cultura e senso critico che visse i fatti con impeto, determinazione e rara coerenza. Dall’Unità al suffragio universale, dalla prima sciagura bellica all’ascesa del fascismo, lo sguardo aperto e lungimirante dell’autore, che attraversò l’Europa cogliendone i maggiori fermenti liberali, ci guida alla scoperta del nostro passato.

In questa grande Storia si dipana come una matassa la vicenda altalenante del giornalismo italiano, raccontata alla luce del buon senso e ispirata dalla libertà di pensiero di chi, per ben due volte, rinunciò al proprio ruolo (presso «Il Secolo» nel 1923 e il «Corriere della Sera» nel 1925) per poter affermare il proprio diritto, o sarebbe meglio dire “dovere”, alla libertà. Ma le Memorie di Borsa sono anche un grande affresco della cultura di un’epoca: delle scene teatrali, per esempio, che confermano, per dirla con Schopenhauer, il “grande mistero etico della simpatia”. Scopriamo come l’Italia accolse il teatro russo e danese, con riserva, reagendo al “tenebroso” e all’intimamente tragico; ritroviamo i volti dello spettacolo (Eleonora Duse, Virginia Reiter), ci addentriamo nelle varie e sfaccettate produzioni nostrane (Giuseppe Giacosa, Marco Praga, Gerolamo Rovetta, Giovanni Verga…) nei momenti in cui “l’allegria elettrizzava tutta la sala…” con la sensazione “di quel puro e schietto e spontaneo umanesimo che è tanto difficile e raro trovare in altre manifestazioni della vita.”

Strada facendo, gustiamo i diversi ritratti d’autore: dal timido e ispirato Giovanni Bertacchi ai principali rimatori inglesi, più e meno benevoli verso la nostra penisola. Accanto a loro, troviamo i volti e i protagonisti della Storia, immersi nei gesti quotidiani: tra i tanti, Filippo Turati intento a rilegare pacchetti di ritagli di giornale, lettere, manoscritti e Anna Kuliscioff con quegli occhi che “penetravano, frugavano, scoprivano…” illuminati da “intima e signorile gentilezza”. Pagine intense e vibranti si alternano a sprazzi lievi e umoristici (come le fughe forsennate per le strade di fronte agli scavezzacollo che per primi usarono il velocipede).

velocipede_aiIn certi racconti, scopriamo i giovani negli anni Ottanta (dell’Ottocento, naturalmente) nella quotidianità: le gite fuori porta, mangiando alla carta (cioè stendendo un foglio di carta sul prato) tra versi meneghini e utopie, o sul laghetto di Porta Ticinese, ci imbattiamo nelle prime accese rivendicazioni politiche e nella nascita dei sogni di libertà. In fondo, ci dice l’autore: “Il piccolo mondo lontano della nostra giovinezza prende sempre in noi, col passare degli anni, una strana evidenza e un inverosimile rilievo” come il primo articolo scritto dal giovane Borsa, dedicato a Cattaneo e alle Cinque giornate di Milano, con relativo sarcastico riscontro: “Chi è quel cereghett (chierichetto) che ha preso il posto dello Zambaldi alla Perseveranza?” Prima che gli eventi spazzino via l’ingenuità avventurosa e chiedano di prendere una posizione chiara, netta, c’è posto per il costume, il ricordo di una Milano perduta e ritrovata, nei bozzetti impreziositi dalla memoria.

Tanti sono tuttavia i filoni che si intrecciano in questo libro, denso e piacevole al tempo stesso finché, a un tratto, i piccoli fatti di costume lasciano spazio all’urgente riflessione sul giornalismo indipendente, all’ipotesi sempre più vigorosa di un “giornale liberale”, “abile nella forma ma fermo nella sostanza”, sulle orme delle testate inglesi con le quali Borsa collaborò a lungo, avvicinandosi ai movimenti politici e sociali del primo Novecento inglese: dalle riforme laburiste alle Suffragette, dalla questione irlandese alla lotta contro i Lord. Da questa complessa esperienza nasce l’idea che la libertà possa essere qualcosa di “reale”, da guadagnarsi con le azioni.

20120830-233706I tempi burrascosi nei quali Borsa è direttore de «Il Secolo» lo vedono coinvolto nelle questioni più spinose: protagonista è l’Italietta divisa e smarrita, avviatasi faticosamente sulla via del progresso. Quando scoppia la guerra, Borsa è inviato al fronte e ne scrive anche per giornali esteri inglesi e americani, fino alla denuncia dell’esito insoddisfacente del Trattato di pace e dei difetti endemici dell’Italia: tra tutti, la debolezza nel quadro della politica estera europea e l’ingovernabilità interna che, a breve, condurrà alla dittatura.

Il Fascismo piomba sull’Italia e Borsa dipinge il duce con le parole di Shakespeare: “Alcuni nascono grandi, alcuni lo diventano, altri sono sorpresi dalla grandezza che è gettata loro sulle spalle”. Per il Nostro, la grandezza di Mussolini è di quest’ultimo tipo: fu la borghesia a investirlo di tale ruolo che “nemmeno la sua incommensurabile vanità avrebbe mai osato sognare”. Ma c’è qualcosa che Borsa contesta a priori con fervore: l’abietto servilismo e il ruere in servitium di una nazione. Per questo suo atteggiamento intransigente, viene indicato tra i giornalisti “da rendere inoffensivi” e, al contempo, guadagna la stima di un vasto pubblico italiano ed estero. Le conseguenze sono inevitabili: costretto dalla sete di libertà a lasciare «Il Secolo», andrà incontro a un periodo di oscurità e riserbo nel quale si dedicherà a opere di divulgazione storica. Alla difesa della libertà di stampa dedicherà un libro, scritto in seguito ai provvedimenti liberticidi varati tra il 1923 e il 1925. Nel ’25, per motivi analoghi, lascerà anche il «Corriere della Sera» dopo che l’allontanamento dei fratelli Albertini segnerà la fascistizzazione del giornale.

Tuttavia, nonostante operi nell’ombra, Borsa continua a essere percepito come pericoloso antagonista del regime: nel ’35 viene arrestato per aver contestato gli accordi Mussolini-Laval e, di nuovo, nel ’40, a Barzio, sarà trasferito nel campo di concentramento di Istonio Marina.

Sarà il CLN a chiamarlo alla direzione del «Nuovo Corriere», proprio per il suo passato non compromesso e in quanto tenace assertore della libertà. Sua intenzione sarà quella di orientare la “grande massa della gente apolitica”, polemizzando con le false correnti camuffate da anti-fascismo e difendendo la legalità e il parlamentarismo, con atteggiamenti netti: contesterà tra l’altro il metodo di attribuzione del voto alle donne.

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Ma le Memorie si fermano agli anni Quaranta, quando si è delineato appieno il senso di una vita spesa per la cultura, la società, all’insegna della dignità del lavoro. Anche dove la Storia erompe, la narrazione si fa umana, profonda, per niente stereotipata e il lettore si muove tra arte, società, corsi e ricorsi della Storia, ripercorrendo temi di estrema attualità: libertà di stampa, collocazione dell’Italia nel panorama europeo, grandezza del genio italiano a fronte della miopia delle politiche culturali. Il volume non può che concludersi con i consigli a chi voglia con coscienza intraprendere la strada del giornalismo. Borsa riprende le parole dell’Imbonati a Manzoni: “Non ti far mai servo, non far tregua con i vili, il santo vero mai non tradir”. E aggiunge: “Siate dunque indipendenti e inchinatevi solo davanti alla libertà.”

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Silvio Micheli: l’astratta follia dello scrivere. Quando il Neorealismo raccontò il sogno

faro-vecchio-con-campanella-che-serve-a-chiamare-soccorso-in-caso-di-rischio-di-naufragiOggi come ieri la scrittura si insinua tra le pieghe delle giornate, negli spazi di libertà creativa che, ostinatamente, ci conquistiamo. Spesso, è “tempo strappato alla vita”. Tutt’altro che otium elitario! Reazione a un ambiente ostile, a un’inesistenza da reinventare.

Correva l’anno 1946 ed Einaudi pubblicava “Pane duro” di Silvio Micheli (Premio Viareggio ex aequo con “Il canzoniere” di Umberto Saba). Un testo che riemerge dal passato per raccontarci un’Italia compressa e dilaniata, tra la fine degli anni Trenta e l’esplodere e consumarsi della Seconda guerra mondiale. Su questo scenario, una vita si muove nell’anonimato, scandita dalla voce in sordina dell’io narrante. Vita grigia sì, ma illuminata da un sogno, o forse da un’utopia: scrivere e riscattarsi benché, agli occhi altrui, tutto ciò sembri solo un’astratta follia. 
Il protagonista delle vicende si ritrova a “rubare l’attimo al tempo” per stendere un romanzo che potrebbe “salvarlo” dal grigiore, immagina il suo passaggio tra le vie, non più indifferente, a disegnare per sé un ruolo riconosciuto, rispettabile. Una sorta di “Martin Eden” nostrano?
«Scrissi tutto d’un fiato, liberandomi via via sino a ritrovarmi lontano, in un mondo nuovo, in un mondo straordinario».

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Ma la Storia fa irruzione e permea la scrittura, le detta le sue logiche e il suo linguaggio ruvido. È a quel punto che il protagonista si sente investito da una missione più ampia: accogliere tra le pagine la folla che riempie le strade, la gente umile, i lavoratori imbrigliati nelle fatiche quotidiane. Dalla memoria personale a quella collettiva, da un profondo intimo silenzio alla voglia di scrivere “il mio diario, il diario di tutti” e raccontare la disaffezione del cittadino comune nei confronti di un’esistenza e una guerra odiose. Da un certo momento, a causa delle contingenze belliche, il protagonista si ritrova in un’isola con altri quaranta soldati ed è in quel frangente che il suo sogno letterario si pone al servizio di quanti, semianalfabeti, non sanno esprimersi e considerano la scrittura un dono, una magia, un incantesimo. La narrazione allevia l’asprezza della condizione umana e la riabilita restituendole fiducia, slanci di giustizia, idealità. La conclusione non può che essere corale: “La guerra mi ha lavato gli occhi e io dico: noi siamo la verità”.

Discorso_PalombariSilvio Micheli, scrittore di origini viareggine, fu esponente di una generazione di uomini di cultura per i quali la letteratura era sinonimo di rinnovamento civile, uniti da quel “respiro fraterno” di cui Cesare Pavese parlò nella lettera indirizzata all’autore di “Pane duro” dove lamentava la scomparsa del manoscritto: forse distrutto dalle SS. al tempo delle perquisizioni? Per Pavese, l’opera contribuì a svecchiare i condizionamenti letterari, parlando un linguaggio “nuovo e intatto”. Anche Calvino nutrì interesse per lo scrittore e affermò che “Pane duro” rappresentò uno dei primi tentativi della letteratura italiana di porre il lavoro al centro di un’opera narrativa: un “romanzo di fabbrica” sul modello della letteratura sovietica. L’ispirazione neorealista è evidente e la scrittura, quasi spontanea, attinge abilmente al parlare quotidiano, con frequenti espressioni gergali, ricordando quella di Enrico Pea e Lorenzo Viani, con l’aggiunta di certi momenti intimi e sognanti, vagheggianti l’altrove, e passaggi lirico-melodici alla Mario Tobino.

Il risultato è un affresco scandito dai gesti quotidiani, nel quale storia e cronaca coincidono, tra amore per la verità e desiderio di dar voce a storie sommerse. La medesima attitudine porterà Micheli, nel 1960, a indagare la vicenda e i protagonisti dell’Artiglio: vita e imprese dei palombari e della marina viareggini impegnati nel recupero di un tesoro in pieno Atlantico. Altre saranno le pagine dedicate dall’autore al mare e ai suoi eroi della navigazione a vela (“Gran Lasco”, “Una famiglia viareggina nei mari del mondo”), ma in “Pane duro”, opera prima, Micheli accoglie le idealità della gente umile e della sua terra per raccontare il coraggio dell’utopia. Uno squarcio di realtà dove l’uomo, anche in condizioni avverse, è interpretato come “essere sognante”.

Forse oggi nessuno affida più il proprio destino a un libro, ma non sarà folle rileggere “Pane duro” con gli occhi di quanti, nel 2014, aspiranti o utopistici autori, strappano il tempo alla vita per dedicarsi alla scrittura e, magari, inseguendo la propria immaginazione, incontrano quella di un’umanità allargata.