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Bizzarrie poetiche. Sogno e ironia, di Carlo Chiaves

Claude_Monet_-_Twilight,_Venice
Claude Monet, San Giorgio Maggiore al crepuscolo

[dropcap]C[/dropcap]repuscolari? Lo siamo tutti, quando percepiamo il tempo che fugge, visitiamo i luoghi del passato, ci intratteniamo consapevolmente in piaceri fugaci o rileggiamo certi versi, per esempio questi di Carlo Chiaves, raccolti e dati alle stampe per la prima volta a Torino nel 1910: una rassegna di scorci, temi, guizzi dell’immaginazione, semplicemente familiari.

[dropcap]C[/dropcap]’erano una volta, e forse ci sono ancora, i Crepuscolari. Poeti minores dalle tonalità tenui e disimpegnate che, proprio in virtù di questa lievità, parlano amabilmente e senza filtri al nostro tempo. Forse perché del crepuscolo il presente conserva i tratti, tanto ci appaiono limpidi e comprensibili certi versi nati per pura bizzarria, quanto risultano distanti e irraggiungibili i miti eroici e le idealità di ben altra e precedente produzione poetica. Allo stesso modo, una luce malinconica e disincantata smorza i toni, ci sottrae a qualsiasi ipotetica velleità. Nessuno spirito di rivolta, nessuna fiducia nel vitalismo o in una concezione che si avvicini all’impegno civile o, in altra sede, all’esperienza del sublime. La tradizione classica si è logorata e, con essa, i miti hanno perso spessore, consistenza, verità.

P1140568_1[dropcap]È[/dropcap] una sorta di ripiegamento nell’intimità che, pur tradendo l’ottica breve, provinciale, ci conquista per la limpidezza, semplicità di un “sentire” che non richiede glosse. E l’autoironia dell’autore, per quanto prossima al cliché, ci rivela la prospettiva privata e mondana del creare, da cui non pretenderemo nulla di più:

Io vorrei ne la mia segreta / anima, raccogliere l’intera / anima di tutta la schiera, / io solo, il vostro poeta1.

[dropcap]U[/dropcap]n mondo distante dalle urgenze pratiche del vivere, dai passi sofferti e condivisi della Storia, protetto da un’aura di leggerezza, dentro a scorci rasserenanti nei quali cercare rifugio e rimpiangere amori ingenui e languidamente romantici. Favole che non ritornano (come il vecchio camino con i suoi alari arrugginiti), l’invito della giovinezza a indugiare, a rimandare il passaggio, ostico e inevitabile, all’età adulta, o il fugace amore per una donna che ha calcato le scene del caffè-concerto e si è camuffata da madrilena… Lolita. Altrove è il gelido inventario delle cose morte a ricordarci in maniera più netta e stringente Gozzano. Oppure qualche nota cerebrale ci riporta a Gnoli, come nel prospettarsi del mondo dopo la morte, con liriche dalla struttura più robusta e dal verso che incide.

[dropcap]F[/dropcap]ermare il bizzarro pensiero con ritmo grave e leggero: questa doveva sembrare a Chiaves la prospettiva del poetare. Torinese (1883-1919), figlio di Desiderato, (1825-1895), Ministro dell’Interno del Regno d’Italia e commediografo, studiò legge senza mai esercitare la professione, ebbe un’intensa vita di relazioni, dissipata ed elegante, ricca di femminili avventure (delle quali non mancano echi nelle liriche), eppure, una vita che ispirò versi soffusi di malinconia. Numerosi i soggiorni e le pause nella villa di Monale d’Asti, la “Bastita”, rifugio estivo costantemente frequentato ma lontano dall’essere il contenitore di un verginale stato di grazia, quanto il semplice scenario di un vivere confortevole.

[dropcap]S[/dropcap]i avvicinò all’arte drammaturgica, senza andare oltre il puro gioco della brillante conversazione o della contesa tra ingegni. Pubblicò ne La stampa due articoli storici e nel Corriere dei Piccoli due raccontini (1909). Si occupò di cinematografo e della riduzione dell’Amleto, interpretato da Ruggiero Ruggeri. Un film che ebbe un certo successo, Il mistero della casa di fronte, fu tratto da un suo soggetto e proiettato postumo. Morì improvvisamente nella casa del fratello Edoardo: il Dino al quale Sogno e ironia è dedicato.

P1140563_1[dropcap]N[/dropcap]ella postfazione all’edizione del ’56 di Sogno e ironia, il curatore Aldo Camerino rievoca l’humus culturale della Torino di quegli anni: Davide ed Edoardo Calandra, zii del poeta e suoi amici, Gozzano, Vallini, Gianelli, la Guglielminetti, Dino Mantovani, il pittore Grosso, Leonardo Bistolfi, l’editore dei crepuscolari Renzo Streglio e Lattes che stampò Sogno e ironia. E ancora, cita le accoglienze festive a Giovanni Faldella, scrittore eccentrico, quando arrivava da Roma, o più spesso, dalla sua Saluggia. Quella del Chiaves, aggiunge Camerino, non è poesia puramente crepuscolare, in quanto richiama a volte per il metro, la struttura del periodo e l’ironia, l’ultimo Graf, quello delle Rime della selva. Ma con accenti tipici: soavità, passeggere crudezze, un abile gioco di ritmo e verseggiatura.

[dropcap]S[/dropcap]u tutto, un sorridente distacco e una grazia soffusa, come quella che veste di parole un cespuglio, nato spontaneamente e cresciuto al sole e alla pioggia, fiorito un giorno all’improvviso. Come scrisse G.A. Borgese a commento della prima edizione2, certe strofe son costruite in una maniera che ricorda la leggiadria canora del Metastasio, del Vittorelli e degli abati settecenteschi. Da tutto ciò deriva la peculiare lievità del ruolo del poeta, esplicitata dall’autore all’inizio della raccolta, quando immagina che un turbolento bambino del futuro, nel secolo 2300, si interroghi sul vetusto significato del termine:

Poeta? Che vuol mai dire? Una razza inquieta / di gente, che è scomparsa da quasi un’eternità.

L’autore può così, in altra sede, confessare:

Non per consiglio d’arte / io scrivo: oh! credi! ma per bizzarria.

Non c’è confusione tra sogno e realtà, ma dialettica, intreccio. Le due dimensioni si completano a vicenda mentre le freddure da salotto si convertono in canzonetta, sfumando nel divertimento l’aridità del vivere mondano e l’attaccamento sterile alle cose. Il poeta si schermisce:

Ingegno? No! un po’ di spirito, / ma… spirito da tempo perso!

[dropcap]A[/dropcap] completamento della produzione del Chiaves andrebbero aggiunte le poesie, inedite o sparse, raccolte da Farinelli nel saggio C. C. crepuscolare solitario3 che delineano una certa indipendenza del nostro dalla poetica gozzaniana, evidenziando al contempo una sua inoffensiva spregiudicatezza. Ma quella che abbiam di fronte, Sogno e ironia, è una raccolta destinata a quanti

non ammettono soltanto le pur mattissime follie della moda d’oggi, e accettano anche i capricci e le eleganze di quella di ieri e dell’altrieri4.

[dropcap]A[/dropcap]l turbolento bambino del secolo 2300 l’ardua sentenza. (Quando, con Chiaves, ci auguriamo che, per quanto rovinata, non sia ancora del tutto dispersa la crosta del mondo).

1Per le citazioni testuali cfr. C. Chiaves, Sogno e ironia, Versi 1910, Neri Pozza editore, Venezia 1956.

2Poesia crepuscolare. Moretti, Martini, C. – in La Stampa, 1º sett. 1910; pubbl. poi in La vita e il libro, s. 2, Torino 1911, pp. 149-160.

3Cfr. Id., Tutte le poesie edite e inedite, Milano 1971.

4Postfazione di A. Camerino, in C. Chiaves, Sogno e ironia, Versi 1910, Neri Pozza editore, Venezia 1956, p. 162.

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