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La libertà è un dovere. Storia di un uomo, di un’epoca e del giornalismo che li raccontò. Memorie di un redivivo di Mario Borsa (1945)

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 Addentrarsi in un libro che tratta i principali eventi a cavallo tra ’800 e ’900 e restare disarmati di fronte alla sua attualità: ecco cosa accade leggendo Memorie di un redivivo di Mario Borsa. È un ampio e coinvolgente racconto, scandito dalle pagine più significative della storia d’Italia e d’Europa, colorato da un “gusto della narrazione” che, come ci svela l’autore, sbocciò negli anni della fanciullezza in una cascina sul Po. Insieme a Mario Borsa ripercorriamo le fasi cruciali della nostra evoluzione storica, con gli occhi di un giornalista di profonda cultura e senso critico che visse i fatti con impeto, determinazione e rara coerenza. Dall’Unità al suffragio universale, dalla prima sciagura bellica all’ascesa del fascismo, lo sguardo aperto e lungimirante dell’autore, che attraversò l’Europa cogliendone i maggiori fermenti liberali, ci guida alla scoperta del nostro passato.

In questa grande Storia si dipana come una matassa la vicenda altalenante del giornalismo italiano, raccontata alla luce del buon senso e ispirata dalla libertà di pensiero di chi, per ben due volte, rinunciò al proprio ruolo (presso «Il Secolo» nel 1923 e il «Corriere della Sera» nel 1925) per poter affermare il proprio diritto, o sarebbe meglio dire “dovere”, alla libertà. Ma le Memorie di Borsa sono anche un grande affresco della cultura di un’epoca: delle scene teatrali, per esempio, che confermano, per dirla con Schopenhauer, il “grande mistero etico della simpatia”. Scopriamo come l’Italia accolse il teatro russo e danese, con riserva, reagendo al “tenebroso” e all’intimamente tragico; ritroviamo i volti dello spettacolo (Eleonora Duse, Virginia Reiter), ci addentriamo nelle varie e sfaccettate produzioni nostrane (Giuseppe Giacosa, Marco Praga, Gerolamo Rovetta, Giovanni Verga…) nei momenti in cui “l’allegria elettrizzava tutta la sala…” con la sensazione “di quel puro e schietto e spontaneo umanesimo che è tanto difficile e raro trovare in altre manifestazioni della vita.”

Strada facendo, gustiamo i diversi ritratti d’autore: dal timido e ispirato Giovanni Bertacchi ai principali rimatori inglesi, più e meno benevoli verso la nostra penisola. Accanto a loro, troviamo i volti e i protagonisti della Storia, immersi nei gesti quotidiani: tra i tanti, Filippo Turati intento a rilegare pacchetti di ritagli di giornale, lettere, manoscritti e Anna Kuliscioff con quegli occhi che “penetravano, frugavano, scoprivano…” illuminati da “intima e signorile gentilezza”. Pagine intense e vibranti si alternano a sprazzi lievi e umoristici (come le fughe forsennate per le strade di fronte agli scavezzacollo che per primi usarono il velocipede).

velocipede_aiIn certi racconti, scopriamo i giovani negli anni Ottanta (dell’Ottocento, naturalmente) nella quotidianità: le gite fuori porta, mangiando alla carta (cioè stendendo un foglio di carta sul prato) tra versi meneghini e utopie, o sul laghetto di Porta Ticinese, ci imbattiamo nelle prime accese rivendicazioni politiche e nella nascita dei sogni di libertà. In fondo, ci dice l’autore: “Il piccolo mondo lontano della nostra giovinezza prende sempre in noi, col passare degli anni, una strana evidenza e un inverosimile rilievo” come il primo articolo scritto dal giovane Borsa, dedicato a Cattaneo e alle Cinque giornate di Milano, con relativo sarcastico riscontro: “Chi è quel cereghett (chierichetto) che ha preso il posto dello Zambaldi alla Perseveranza?” Prima che gli eventi spazzino via l’ingenuità avventurosa e chiedano di prendere una posizione chiara, netta, c’è posto per il costume, il ricordo di una Milano perduta e ritrovata, nei bozzetti impreziositi dalla memoria.

Tanti sono tuttavia i filoni che si intrecciano in questo libro, denso e piacevole al tempo stesso finché, a un tratto, i piccoli fatti di costume lasciano spazio all’urgente riflessione sul giornalismo indipendente, all’ipotesi sempre più vigorosa di un “giornale liberale”, “abile nella forma ma fermo nella sostanza”, sulle orme delle testate inglesi con le quali Borsa collaborò a lungo, avvicinandosi ai movimenti politici e sociali del primo Novecento inglese: dalle riforme laburiste alle Suffragette, dalla questione irlandese alla lotta contro i Lord. Da questa complessa esperienza nasce l’idea che la libertà possa essere qualcosa di “reale”, da guadagnarsi con le azioni.

20120830-233706I tempi burrascosi nei quali Borsa è direttore de «Il Secolo» lo vedono coinvolto nelle questioni più spinose: protagonista è l’Italietta divisa e smarrita, avviatasi faticosamente sulla via del progresso. Quando scoppia la guerra, Borsa è inviato al fronte e ne scrive anche per giornali esteri inglesi e americani, fino alla denuncia dell’esito insoddisfacente del Trattato di pace e dei difetti endemici dell’Italia: tra tutti, la debolezza nel quadro della politica estera europea e l’ingovernabilità interna che, a breve, condurrà alla dittatura.

Il Fascismo piomba sull’Italia e Borsa dipinge il duce con le parole di Shakespeare: “Alcuni nascono grandi, alcuni lo diventano, altri sono sorpresi dalla grandezza che è gettata loro sulle spalle”. Per il Nostro, la grandezza di Mussolini è di quest’ultimo tipo: fu la borghesia a investirlo di tale ruolo che “nemmeno la sua incommensurabile vanità avrebbe mai osato sognare”. Ma c’è qualcosa che Borsa contesta a priori con fervore: l’abietto servilismo e il ruere in servitium di una nazione. Per questo suo atteggiamento intransigente, viene indicato tra i giornalisti “da rendere inoffensivi” e, al contempo, guadagna la stima di un vasto pubblico italiano ed estero. Le conseguenze sono inevitabili: costretto dalla sete di libertà a lasciare «Il Secolo», andrà incontro a un periodo di oscurità e riserbo nel quale si dedicherà a opere di divulgazione storica. Alla difesa della libertà di stampa dedicherà un libro, scritto in seguito ai provvedimenti liberticidi varati tra il 1923 e il 1925. Nel ’25, per motivi analoghi, lascerà anche il «Corriere della Sera» dopo che l’allontanamento dei fratelli Albertini segnerà la fascistizzazione del giornale.

Tuttavia, nonostante operi nell’ombra, Borsa continua a essere percepito come pericoloso antagonista del regime: nel ’35 viene arrestato per aver contestato gli accordi Mussolini-Laval e, di nuovo, nel ’40, a Barzio, sarà trasferito nel campo di concentramento di Istonio Marina.

Sarà il CLN a chiamarlo alla direzione del «Nuovo Corriere», proprio per il suo passato non compromesso e in quanto tenace assertore della libertà. Sua intenzione sarà quella di orientare la “grande massa della gente apolitica”, polemizzando con le false correnti camuffate da anti-fascismo e difendendo la legalità e il parlamentarismo, con atteggiamenti netti: contesterà tra l’altro il metodo di attribuzione del voto alle donne.

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Ma le Memorie si fermano agli anni Quaranta, quando si è delineato appieno il senso di una vita spesa per la cultura, la società, all’insegna della dignità del lavoro. Anche dove la Storia erompe, la narrazione si fa umana, profonda, per niente stereotipata e il lettore si muove tra arte, società, corsi e ricorsi della Storia, ripercorrendo temi di estrema attualità: libertà di stampa, collocazione dell’Italia nel panorama europeo, grandezza del genio italiano a fronte della miopia delle politiche culturali. Il volume non può che concludersi con i consigli a chi voglia con coscienza intraprendere la strada del giornalismo. Borsa riprende le parole dell’Imbonati a Manzoni: “Non ti far mai servo, non far tregua con i vili, il santo vero mai non tradir”. E aggiunge: “Siate dunque indipendenti e inchinatevi solo davanti alla libertà.”

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Silvio Micheli: l’astratta follia dello scrivere. Quando il Neorealismo raccontò il sogno

faro-vecchio-con-campanella-che-serve-a-chiamare-soccorso-in-caso-di-rischio-di-naufragiOggi come ieri la scrittura si insinua tra le pieghe delle giornate, negli spazi di libertà creativa che, ostinatamente, ci conquistiamo. Spesso, è “tempo strappato alla vita”. Tutt’altro che otium elitario! Reazione a un ambiente ostile, a un’inesistenza da reinventare.

Correva l’anno 1946 ed Einaudi pubblicava “Pane duro” di Silvio Micheli (Premio Viareggio ex aequo con “Il canzoniere” di Umberto Saba). Un testo che riemerge dal passato per raccontarci un’Italia compressa e dilaniata, tra la fine degli anni Trenta e l’esplodere e consumarsi della Seconda guerra mondiale. Su questo scenario, una vita si muove nell’anonimato, scandita dalla voce in sordina dell’io narrante. Vita grigia sì, ma illuminata da un sogno, o forse da un’utopia: scrivere e riscattarsi benché, agli occhi altrui, tutto ciò sembri solo un’astratta follia. 
Il protagonista delle vicende si ritrova a “rubare l’attimo al tempo” per stendere un romanzo che potrebbe “salvarlo” dal grigiore, immagina il suo passaggio tra le vie, non più indifferente, a disegnare per sé un ruolo riconosciuto, rispettabile. Una sorta di “Martin Eden” nostrano?
«Scrissi tutto d’un fiato, liberandomi via via sino a ritrovarmi lontano, in un mondo nuovo, in un mondo straordinario».

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Ma la Storia fa irruzione e permea la scrittura, le detta le sue logiche e il suo linguaggio ruvido. È a quel punto che il protagonista si sente investito da una missione più ampia: accogliere tra le pagine la folla che riempie le strade, la gente umile, i lavoratori imbrigliati nelle fatiche quotidiane. Dalla memoria personale a quella collettiva, da un profondo intimo silenzio alla voglia di scrivere “il mio diario, il diario di tutti” e raccontare la disaffezione del cittadino comune nei confronti di un’esistenza e una guerra odiose. Da un certo momento, a causa delle contingenze belliche, il protagonista si ritrova in un’isola con altri quaranta soldati ed è in quel frangente che il suo sogno letterario si pone al servizio di quanti, semianalfabeti, non sanno esprimersi e considerano la scrittura un dono, una magia, un incantesimo. La narrazione allevia l’asprezza della condizione umana e la riabilita restituendole fiducia, slanci di giustizia, idealità. La conclusione non può che essere corale: “La guerra mi ha lavato gli occhi e io dico: noi siamo la verità”.

Discorso_PalombariSilvio Micheli, scrittore di origini viareggine, fu esponente di una generazione di uomini di cultura per i quali la letteratura era sinonimo di rinnovamento civile, uniti da quel “respiro fraterno” di cui Cesare Pavese parlò nella lettera indirizzata all’autore di “Pane duro” dove lamentava la scomparsa del manoscritto: forse distrutto dalle SS. al tempo delle perquisizioni? Per Pavese, l’opera contribuì a svecchiare i condizionamenti letterari, parlando un linguaggio “nuovo e intatto”. Anche Calvino nutrì interesse per lo scrittore e affermò che “Pane duro” rappresentò uno dei primi tentativi della letteratura italiana di porre il lavoro al centro di un’opera narrativa: un “romanzo di fabbrica” sul modello della letteratura sovietica. L’ispirazione neorealista è evidente e la scrittura, quasi spontanea, attinge abilmente al parlare quotidiano, con frequenti espressioni gergali, ricordando quella di Enrico Pea e Lorenzo Viani, con l’aggiunta di certi momenti intimi e sognanti, vagheggianti l’altrove, e passaggi lirico-melodici alla Mario Tobino.

Il risultato è un affresco scandito dai gesti quotidiani, nel quale storia e cronaca coincidono, tra amore per la verità e desiderio di dar voce a storie sommerse. La medesima attitudine porterà Micheli, nel 1960, a indagare la vicenda e i protagonisti dell’Artiglio: vita e imprese dei palombari e della marina viareggini impegnati nel recupero di un tesoro in pieno Atlantico. Altre saranno le pagine dedicate dall’autore al mare e ai suoi eroi della navigazione a vela (“Gran Lasco”, “Una famiglia viareggina nei mari del mondo”), ma in “Pane duro”, opera prima, Micheli accoglie le idealità della gente umile e della sua terra per raccontare il coraggio dell’utopia. Uno squarcio di realtà dove l’uomo, anche in condizioni avverse, è interpretato come “essere sognante”.

Forse oggi nessuno affida più il proprio destino a un libro, ma non sarà folle rileggere “Pane duro” con gli occhi di quanti, nel 2014, aspiranti o utopistici autori, strappano il tempo alla vita per dedicarsi alla scrittura e, magari, inseguendo la propria immaginazione, incontrano quella di un’umanità allargata.