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Nelle pieghe oscure della storia. Una lunga pazzia, di Antonio Barolini

[dropcap]N[/dropcap]el 1962, a un anno dall’uscita in Francia di Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique di M. Foucault, esce in Italia, per i tipi di Feltrinelli, su terreni confinanti con il Verismo e il Romanzo d’appendice, ma con tocchi sparsi di poesia, Una lunga pazzia dello scrittore, poeta e giornalista di origini vicentine Antonio Barolini (Vicenza, 1910-Roma, 1971). Un capitolo del romanzo originale, intitolato Una casa di campagna, era già apparso, nel 1953, nel Quaderno XII di «Botteghe Oscure».

[dropcap]I[/dropcap]l Neorealismo sembra ormai una parentesi chiusa, per alcuni da rinnegare, e la letteratura si avvia a percorrere strade alternative, quando Una lunga pazzia ritrae e svela, con nitore e schiettezza, ma con una vena di ironia, un piccolo mondo veneto, chiuso e patriarcale, figlio di una certa cultura, superstiziosa e bigotta, di primo Novecento. Un romanzo che coinvolge con la sua apparenza innocua e il suo gusto popolaresco ma che, con grazia e levità, conduce lentamente nel cuore di una storia delirante, senza via di fuga.

[dropcap]L[/dropcap]e vicende dei protagonisti e del loro entourage portano con sé una disamina sociale impietosa: il corrompersi del sentimento religioso a favore di una serie di rituali, tra rozzezza e ottusità, il venir meno al proprio compito di una classe dirigente, il fallimento del singolo come apice della crisi di un intero sistema, le aberrazioni di una certa “educazione sentimentale”. Nulla di decadente o estetizzante, solo un’indagine accurata di quel mondo provinciale di cui l’autore avverte ancora gli strascichi. E noi con lui, anche a distanza di mezzo secolo.

[dropcap]L[/dropcap]a storia si avvia e procede nella più losca segretezza, se non che nella vita di Pietro – 45 anni, amante di Regina da dieci, sindaco del paese, in buona con gli atei, con il prete e con tutti gli indecisi – compare per caso una certa Maria Assunta. Signorina benestante ma non troppo, con la passione per il pianoforte e i capelli vaporosi come certe artiste che si vedono sulla copertina dei giornali illustrati. Animata da crisi spirituali ma, a dispetto dei desideri materni, lontana dall’idea di farsi suora. Ha ereditato dal padre l’esuberanza romantica e dalla madre l’angustia mentale, si dibatte in un coacervo di luoghi comuni, passando dal più nudo e retorico misticismo alla più bassa e volgare superstizione. Da tal donna non può che nascere un esserino, Giovanni, preda di visioni e isterie, esaltato dalla propria presunta genialità. Una vita, la sua, corazzata di pigrizia, imbellettata da costumi eccentrici, satura di noia e sete pregiate, sferzata da un’inflessibilità dura e capricciosa verso i sottoposti. Attorno, brulica un’umanità complice, preda di pettegolezzi e sudditanze, con la connivenza di preti che riescono a «intorbidare l’acqua Santa e a far impallidire il manto rosso del diavolo».

[dropcap]L[/dropcap]a grande Storia si insinua leggera e discreta all’interno delle vicende personali. La prima Guerra Mondiale passa così, nello spazio di poche righe, e l’euforia del primo dopoguerra strombazza come quelle alte carrozze traballanti, tutte sbuffi e urli sordi, che seminano il terrore tra polli, uccelli e contadini. Insomma, si sorvola sui drammi: fillossera e afta al pari della spagnola con la sua teoria di lutti.

[dropcap]M[/dropcap]a a ben guardare, dietro le tipologie letterarie e narrative, c’è tutto un retroterra da contestare. Le figure maschili sono vittime di una mala-educazione fatta di streghe vendicative e conformismo, l’unica difesa possibile per loro, da adulti, sembra essere la santità del diritto ereditario di proprietà. Per il resto, la loro è una vita dominata da una vaga paura: meglio tenersi buona la Chiesa che, a sua volta, chiuderà un occhio su tradimenti, frequentazioni equivoche, improperi,  bestemmie incluse. Pecorelle impigrite dalla ricchezza dei pascoli, con qualche segreto pasticcio, magari una tresca con una donna sposata, incanto di carezze e baci, spregiudicata al punto tale da rendere il marito connivente del tradimento, tenendo l’amante al guinzaglio, sotto l’incubo di uno scandalo.

[dropcap]I[/dropcap]l romanzo, nel tratteggiare la psicologia dei personaggi, si rivela mordace e allusivo, soprattutto per la non-convenzionalità delle dinamiche, basti pensare al rapporto teneramente ambiguo tra i due giovani, Giovanni e Marcello, figure centrali nella seconda parte del romanzo, legati da una liaison tanto sfumata quanto ammiccante: “nell’amicizia tra persone di un medesimo sesso, il senso può riuscir ad esprimersi sul piano medesimo dell’intelligenza e creare un’armonia, tra gli esseri che la compongono, anche più rara e sublime”.

una lunga pazzia copia
Antonio Barolini, Una lunga pazzia, Feltrinelli 1962.

[dropcap]L[/dropcap]o stile di Barolini, avvezzo a frequentar la poesia, fa sì che ogni descrizione sia densa e quanto mai suggestiva. Ed è forse questo linguaggio ricco e sfumato a far dimenticare gli echi di situazioni letterarie note: dal richiamo a Mastro Don Gesualdo del padre-padrone protagonista, al rapporto di dipendenza madre-figlio di Maria Assunta e Giovanni che, al di là degli esiti, ricorda tanto quello delle Sorelle Materassi con il nipote Remo, fino alle pittoresche comparse di manzoniana memoria (l’abbadessa confidente degli afflitti, il notaio-azzeccagarbugli, le pettegole di paese…).

[dropcap]I[/dropcap]l romanzo comincia e si conclude in un manicomio di Colbasso. La protagonista, insieme alla sua cameriera personale, vive da quattordici anni in un mondo fluttuante, dentro a sogni e immagini, priva del senso del tempo: un’esistenza rallegrata soltanto dai fiori del giardino o dalle primizie dell’orto che qualcuno le porta da casa. Maria Assunta non può far altro che chiamare “poveri pazzi” gli altri senza rendersi conto di essere una di loro. Assolta dal tribunale per totale infermità di mente, sorvegliata in un luogo di reclusione.

[dropcap]T[/dropcap]utto ciò avviene molto prima che il signor Basaglia possa scalzare le teorie di Lombroso. Nel 1962, anzi, negli anni Cinquanta quando il romanzo viene concepito, la pazzia è considerata un patrimonio genetico, marchio indelebile. Che c’entra l’ambiente? Si tratterebbe di chiederlo ai protagonisti di questo libro, meglio ancora alle figure reali sottintese, a quell’ottica provinciale imbevuta di terrore e fanatismi che, ancor oggi, in certi luoghi più o meno remoti d’Italia, e parlo del 2014, può portare alla pazzia.

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La potenza delle tenebre. L’arte drammaturgica di Lev Tolstòj

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[dropcap]P[/dropcap]iccolo capolavoro adombrato da grandiose opere narrative, questo dramma in cinque atti ci offre lo scorcio vivo di un’umanità alla deriva, illuminata da una divina compassione.

[dropcap]C[/dropcap]orreva l’anno 1886 e La potenza delle tenebre nasceva dall’estro di Lev Tolstòj contemporaneamente a celebri racconti popolari che tanta eco avrebbero avuto nella letteratura di tutti i tempi. Non era la prima volta che il grande autore russo si cimentava nel genere drammaturgico: in precedenza aveva scritto due commedie di tipo farsesco (Il Nihilista e La famiglia impestata); si era inoltre soffermato sulla realtà contadina affinando quel linguaggio popolare, vivido, frutto della conoscenza formale ed essenziale della miseria nelle sue diverse declinazioni. Ancor meno nuovi erano i temi del male e dell’ossessivo rimorso per un autore che aveva trattato magistralmente i traviati destini di personaggi tormentati.

[dropcap]M[/dropcap]a La potenza delle tenebre, dramma in cinque atti, sorprende ancor oggi per la sua tragicità priva di attenuanti, per la sua cupezza dipinta ad arte. Storia di seduzioni e delitti, angosce e baratri che vedono protagonista il giovane Nikìta: bracciante rubacuori di un villaggio russo, sedotto dagli eccessi e dai vizi e, a sua volta, seduttore incapace di dominarsi, spintosi a compiere crimini che neppure i tormenti delle colpe, scaturigini dell’autodenuncia finale, possono lenire. Attorno a lui, come avvinghiate a un vortice nefasto, gravitano figure fosche, artefici di un intrico di efferatezze; tra queste, la traditrice Anìssa e la cinica Matrèna, tanto simile a Lady Macbeth.

tolstoj1[dropcap]N[/dropcap]el 1886, mentre scriveva il dramma, Tolstòj giaceva a letto a causa di una ferita riportata nei campi. La lettura del teatro di Shakespeare, Ostròvskij, Corneille e Molière e di opere sull’arte drammatica si univa all’osservazione attenta del reale e della vita contadina, ricreando scorci di impressionante crudezza. L’autore si ispirò alle vicende di Efrem Koloskov: contadino colpevole dell’omicidio del proprio figlio neonato, frutto di un’incestuosa relazione. L’uomo, protagonista della brutale vicenda, giunse all’autoaccusa, esattamente come Nikìta, confessando pubblicamente il delitto in occasione del matrimonio della figliastra.

La potenza delle tenebre ricrea a tinte fosche un mondo lusingato dal vizio e dal denaro, dove le donne sembrano

cieche come talpe… belve nelle foreste1

e il pensiero cede al materialismo:

… c’è chi ha la pancia più gonfia e chi l’ha più floscia. Questa è tutta le differenza.

[dropcap]N[/dropcap]ell’oscurità, lontana dalla redenzione, soltanto chi si affida umilmente alla pietà divina può avere salva la coscienza e sottrarsi al vortice di nefandezze che travolge l’izba di Petr. Il personaggio apparentemente più misero e ignorante, il vecchio padre di Nikìta, Akìm dall’eloquio stentato, si fa portavoce della più alta espressione di conforto:

Tu non hai avuto pietà di te stesso

dirà al figlio,

ma Lui avrà pietà di te.

[dropcap]E[/dropcap]ppure, trattandosi di un dramma tolstòjano, la morale non è consolatoria, bensì l’espressione di un’attitudine conflittuale, dominata dal dubbio: quella di chi ha attraversato le contraddizioni, affrontando ogni prova della vita, scegliendo per sé un percorso tormentato. È l’ansia religiosa di un autore che, muovendo da un pessimismo di ascendenza schopenhaueriana, ha cercato il divino, inizialmente con la ragione e via via con il sentimento, tentando di conciliare la dottrina cristiana dell’amore per il prossimo con la concezione pagana del mondo, traducendo la propria disperata ricerca spirituale in una mescolanza di Vangelo, agnosticismo, fideismo, razionalismo e panteismo. Come affermò Stanislao Tyszkiewicz:

… scalzando la base soprannaturale del cristianesimo, Tolstòj ha reso un grande servizio all’ateismo sovietico che, pur mostrandoglisi riconoscente, ironizza la sua dottrina morale2.

[dropcap]E[/dropcap]ppure tutta quest’ansia, questa tensione dubbiosa e sofferta, tinge di colori inconfondibili la produzione dell’autore, tra utopie ed escandescenze, e vibra anche in questo piccolo capolavoro drammaturgico dove la profonda conoscenza dell’animo umano, oltre il velo della crudeltà, si riverbera a tutti i livelli: dalle scelte linguistiche all’azione drammatica, dal pathos espressivo alla truculenza dei dettagli, brutali ma non ostentati, spietati ma privi di compiacimento. E la scrittura si fa visione, anticipando ai nostri occhi la messinscena, prospettandoci solo in ultima battuta uno spiraglio di luce. A nessuno spetta il giudizio perché la colpa è collettiva e i dubbi esistenziali si stemperano nell’umiltà.

[dropcap]U[/dropcap]n sentimento di divina compassione scandisce l’arte di Tolstòj e, parallelamente, attraversa la sua vita. Ci parla di un uomo che conobbe le angosce e i dolori trovando le parole per raccontarli, fino alla tentazione del silenzio, alla decisione di sdegnare ogni gloria terrena per andare in cerca della povertà. La profonda vicinanza agli ultimi della terra lo portò a incontrare la morte il 7 novembre 1910, alla stazione di Astàpowo, e a rivolgere rimproveri a quanti si affannavano per tenerlo in vita:

Vi sono sulla terra milioni di uomini che soffrono; perché volete soltanto occuparvi di me?3.

La medesima umile e divina compassione attraversa La potenza delle tenebre: uno sguardo benevolo sui nostri oscuri abissi, dove i demoni si nascondono alla coscienza.

________

1 Per le citazioni testuali Cfr: L. Tolstòj, La potenza delle tenebre, Versione di Vittoria de Gavardo Carafa, Edizioni Paoline, Catania 1963.

2 Ibi, Introduzione, p. 8.

3 Ibi, p.9.

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Quell’«Odor d’erbe buone» di una fanciullezza maremmana

odor-erbe-buone-3cc6dbe4-0091-417d-aa07-5a262d2e05dd La vita stessa di Guelfo Civinini è degna di romanzo. Nacque a Livorno nel 1873 ma trascorse i suoi primi anni a Grosseto, a quel tempo città immersa in una paludosa desolazione, terra preda di crudeli e spesso mortali febbri malariche.

Grosseto era insomma una cittadina malinconica e serena, abitata da neppur seimila anime, fatta di case che al primo entrarci odoravano di sigaro, di polvere, di spigo e di mele cotogne come cassetti di vecchi mobili.

Ma sarà proprio in questa città, “chiusa in una cerchia rugginosa di vecchie mura bastionate e arborate”, che nascerà nel piccolo Guelfo la curiosità tipica di chi è destinato all’irrequietudine. E per meglio assecondare la sua vocazione di orizzonti sconosciuti e di rotte da tracciare, si dedicò al mestiere più poetico: quello del giornalista. Ma di un giornalismo di frontiera, sempre in prima linea. Assunto nel 1907 al Corriere della Sera fu testimone (e narratore) di varie episodi cardini della storia d’Europa: dal terremoto di Messina alla guerra in Libia (quella della pascoliana “grande proletaria”). E poi fu cronista di viaggio e di politica, partendo dalla Grecia e arrivando in Svezia (intitolò: Viaggio intorno alla guerra). Ma fu anche librettista, in gioventù, contribuendo alla stesura de La fanciulla del West, di Giacomo Puccini. Fu esploratore della più profonda Africa Nera, fu amico di Elsa Morante, fu proprietario della Torre di Santa Liberata sull’Argentario (andata poi distrutta durante la Seconda guerra mondiale), fu Accademico d’Italia e Ispettore onorario per i monumenti, scavi e opere di antichità e d’arte per Monte Argentario e Orbetello.

Ma fu, più di tutto, uomo attento alla sua memoria. Ed è proprio nelle opere in cui ricorda il suo passato maremmano, quasi tutte scritte negli anni Trenta, che raggiunge forse i livelli più alti della sua arte. Come, ad esempio, in Odor d’erbe buone, pubblicato nel 1931 per Mondadori, una raccolta di frammenti memoriali che ricostruiscono il Guelfo che fu. Ma più che racconti di formazione, sono racconti di rievocazione sensoriale, una sorta di coralità sinestetica: vista, udito, tatto ma soprattutto olfatto. Una sinfonia di percezioni riportate in vita in tutto il loro acerbo splendore e spumeggiante potenza. Il titolo, in questo senso, non lascia certo spazio né a dubbi né perplessità: le erbe sono quelle della sua infanzia, che cominciano con il primo giorno di scuola.

Più che gli odori dei fiori mi piacevano poi quelli dell’erbe, che sono più schietti saporosi e freschi.

220px-G._CivininiDi erbe, in Maremma ce ne sono tante, una lunga lista, e tutte trovano spazio nella terminologia di Civinini: basilico, cedrina, ruta, finocchio, geranio, malvarosa, résede.

Ma ci sono anche tutti gli altri odori, che affollano l’aria del bambino: dal pane, cotto dai fornai, a quello delle torce a vento che si accendevano durante la processione del Venerdì Santo.

Io ero insomma una specie di cucciolo di can da caccia, che aveva in gran prevalenza sugli altri quattro il senso dell’olfatto.

Odor d’erbe buone ha una cadenza incalzante, un andamento evidente di rincorsa cronologia, in un’accelerazione alla maturità, ala vecchiaia, che si manifesta palese nelle ultime parole, quasi epigramma di volontà:

Così finì l’infanzia. Venne allora l’adolescenza, e finì. Poi la giovinezza, e finì. Poi la maturità, e anch’essa finisce. Forse è cominciata la vecchiaia. Così sia. Amen.

E proprio dall’infanzia si parte, dalla “Vecchia Maremma” che aveva visto Civinini compiere i primi passi in un ambiente che non gli apparteneva per nascita ma che l’avrebbe graffiato e rigato nel profondo, lasciando solchi e tracce che mai sarebbero spariti, lungo tutta la sua vita. Poi Civinini racconta di “Un bambino un po’ strano”, quello che si edificava uomo nella Maremma feroce, in mezzo alle febbri malariche, alla desolazione del calore estivo. Con lo spettro di un fratello più grande, morto, che portava lo stesso nome che poi sarebbe stato dato a lui, una volta nato. Come se, oltre alla sua personalità, Guelfo avesse la responsabilità anche del carattere, dei sentimenti dell’altro Guelfo, quello che non era sopravvissuto. E parimenti, nacque in lui, quasi per compensazione, il “Bisogno di una sorella”, una figura femminile che potesse accompagnarlo nella formazione, che potesse consigliarlo e guidarlo, una volta magari mancata la madre. Ma «di lei non rimase in casa nessun segno, nemmeno un ritrattino». Un’altra sorellina morta; e il dolore ci rende magari feroci, nel privarsi di qualsiasi traccia possa, un giorno, tornare a farci male, a tiranneggiarci con il suo dolore mai guarito.

SPART.FANCIULLA.WEST1E crescendo si aprono per Guelfo le porte del gran mondo, quello geografico; terreno fertile, fertilissimo, per la sua fantasia sfrenata, cresciuta sulle storie narrate e lette. Chateaubriand gli spalancò le porte del mondo.

Libro di più maliziosa ingenuità e accaparrante falsità non poteva capitare tra le mani d’un povero bimbo ignorantello, che finiva allora la terza elementare, ma aveva la testa già piena di giuccherie.

Anche da adulto, Civinini se ne portava sempre una copia con sé: amuleto per la vita e l’arte. Unico suo ricordo materiale della vita provinciale:

Questo, e una cassetta di vecchio intarsio con entro al coperchio uno specchio a cerniera, che era la toeletta della mia mamma.

Il materno e il remoto: le due spinte centripete che resero Civinini sì un esploratore, ma intensamente affezionato alla terra delle sue radici. Bisogno di nomadismo ma anche di casa, avrebbe detto Bruce Chatwin.

Poi ne vennero altri, di libri, nella formazione del Civinini. Sicché “ci prese il vizio”: furono, i libri, opportunità, occasioni non mancate per staccarsi da terra, per la rincorsa e il salto che lo avrebbero portato a scavalcare la siepe leopardiana. A Civinini non interessò mai l’immaginare; apprezzò sempre, molto di più, il verificare:

Però com’era bello il mondo di là di là da quei miei piatti orizzonti!

E fu per questo che partì alla ricerca. Come armi, la penna e l’inchiostro. Il suo incontro con le lettere, con la scrittura, fu come epifania, durante i primi anni di scuola. Un legame, un affetto profondo che il giovane alunno non si sarebbe mai atteso. Una decisione che, retoricamente e anche un poco vanitosamente, Civinini ha sempre considerato come una sorta di peccato, di sbaglio.

Un giorno, inevitabilmente, il “bimbo provinciale” morì. Il trasferimento e l’arrivo a Roma lo costrinsero a crescere, lo privarono di orizzonti indefiniti, lo posero all’interno di una società che pretendeva di più ma anche, forse, più concedeva. Ma la Maremma oramai aveva fiorito, in Civinini. Lo aveva stregato e si era impadronita di quel fanciullo arrivato lì per caso, senza motivi che non fossero destino. E la “maremmanità”, per Guelfo Civinini, continuò a rimanere parte fondante della sua personalità, costituente fondamentale di ogni suo tempo declinabile:

Ogni tanto mi capita di sentirmi rimuovere dentro il mio fondo maremmano: che è qualche cosa di selvatico e di estatico, ma anche di sanguigno.

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La libertà è un dovere. Storia di un uomo, di un’epoca e del giornalismo che li raccontò. Memorie di un redivivo di Mario Borsa (1945)

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 Addentrarsi in un libro che tratta i principali eventi a cavallo tra ’800 e ’900 e restare disarmati di fronte alla sua attualità: ecco cosa accade leggendo Memorie di un redivivo di Mario Borsa. È un ampio e coinvolgente racconto, scandito dalle pagine più significative della storia d’Italia e d’Europa, colorato da un “gusto della narrazione” che, come ci svela l’autore, sbocciò negli anni della fanciullezza in una cascina sul Po. Insieme a Mario Borsa ripercorriamo le fasi cruciali della nostra evoluzione storica, con gli occhi di un giornalista di profonda cultura e senso critico che visse i fatti con impeto, determinazione e rara coerenza. Dall’Unità al suffragio universale, dalla prima sciagura bellica all’ascesa del fascismo, lo sguardo aperto e lungimirante dell’autore, che attraversò l’Europa cogliendone i maggiori fermenti liberali, ci guida alla scoperta del nostro passato.

In questa grande Storia si dipana come una matassa la vicenda altalenante del giornalismo italiano, raccontata alla luce del buon senso e ispirata dalla libertà di pensiero di chi, per ben due volte, rinunciò al proprio ruolo (presso «Il Secolo» nel 1923 e il «Corriere della Sera» nel 1925) per poter affermare il proprio diritto, o sarebbe meglio dire “dovere”, alla libertà. Ma le Memorie di Borsa sono anche un grande affresco della cultura di un’epoca: delle scene teatrali, per esempio, che confermano, per dirla con Schopenhauer, il “grande mistero etico della simpatia”. Scopriamo come l’Italia accolse il teatro russo e danese, con riserva, reagendo al “tenebroso” e all’intimamente tragico; ritroviamo i volti dello spettacolo (Eleonora Duse, Virginia Reiter), ci addentriamo nelle varie e sfaccettate produzioni nostrane (Giuseppe Giacosa, Marco Praga, Gerolamo Rovetta, Giovanni Verga…) nei momenti in cui “l’allegria elettrizzava tutta la sala…” con la sensazione “di quel puro e schietto e spontaneo umanesimo che è tanto difficile e raro trovare in altre manifestazioni della vita.”

Strada facendo, gustiamo i diversi ritratti d’autore: dal timido e ispirato Giovanni Bertacchi ai principali rimatori inglesi, più e meno benevoli verso la nostra penisola. Accanto a loro, troviamo i volti e i protagonisti della Storia, immersi nei gesti quotidiani: tra i tanti, Filippo Turati intento a rilegare pacchetti di ritagli di giornale, lettere, manoscritti e Anna Kuliscioff con quegli occhi che “penetravano, frugavano, scoprivano…” illuminati da “intima e signorile gentilezza”. Pagine intense e vibranti si alternano a sprazzi lievi e umoristici (come le fughe forsennate per le strade di fronte agli scavezzacollo che per primi usarono il velocipede).

velocipede_aiIn certi racconti, scopriamo i giovani negli anni Ottanta (dell’Ottocento, naturalmente) nella quotidianità: le gite fuori porta, mangiando alla carta (cioè stendendo un foglio di carta sul prato) tra versi meneghini e utopie, o sul laghetto di Porta Ticinese, ci imbattiamo nelle prime accese rivendicazioni politiche e nella nascita dei sogni di libertà. In fondo, ci dice l’autore: “Il piccolo mondo lontano della nostra giovinezza prende sempre in noi, col passare degli anni, una strana evidenza e un inverosimile rilievo” come il primo articolo scritto dal giovane Borsa, dedicato a Cattaneo e alle Cinque giornate di Milano, con relativo sarcastico riscontro: “Chi è quel cereghett (chierichetto) che ha preso il posto dello Zambaldi alla Perseveranza?” Prima che gli eventi spazzino via l’ingenuità avventurosa e chiedano di prendere una posizione chiara, netta, c’è posto per il costume, il ricordo di una Milano perduta e ritrovata, nei bozzetti impreziositi dalla memoria.

Tanti sono tuttavia i filoni che si intrecciano in questo libro, denso e piacevole al tempo stesso finché, a un tratto, i piccoli fatti di costume lasciano spazio all’urgente riflessione sul giornalismo indipendente, all’ipotesi sempre più vigorosa di un “giornale liberale”, “abile nella forma ma fermo nella sostanza”, sulle orme delle testate inglesi con le quali Borsa collaborò a lungo, avvicinandosi ai movimenti politici e sociali del primo Novecento inglese: dalle riforme laburiste alle Suffragette, dalla questione irlandese alla lotta contro i Lord. Da questa complessa esperienza nasce l’idea che la libertà possa essere qualcosa di “reale”, da guadagnarsi con le azioni.

20120830-233706I tempi burrascosi nei quali Borsa è direttore de «Il Secolo» lo vedono coinvolto nelle questioni più spinose: protagonista è l’Italietta divisa e smarrita, avviatasi faticosamente sulla via del progresso. Quando scoppia la guerra, Borsa è inviato al fronte e ne scrive anche per giornali esteri inglesi e americani, fino alla denuncia dell’esito insoddisfacente del Trattato di pace e dei difetti endemici dell’Italia: tra tutti, la debolezza nel quadro della politica estera europea e l’ingovernabilità interna che, a breve, condurrà alla dittatura.

Il Fascismo piomba sull’Italia e Borsa dipinge il duce con le parole di Shakespeare: “Alcuni nascono grandi, alcuni lo diventano, altri sono sorpresi dalla grandezza che è gettata loro sulle spalle”. Per il Nostro, la grandezza di Mussolini è di quest’ultimo tipo: fu la borghesia a investirlo di tale ruolo che “nemmeno la sua incommensurabile vanità avrebbe mai osato sognare”. Ma c’è qualcosa che Borsa contesta a priori con fervore: l’abietto servilismo e il ruere in servitium di una nazione. Per questo suo atteggiamento intransigente, viene indicato tra i giornalisti “da rendere inoffensivi” e, al contempo, guadagna la stima di un vasto pubblico italiano ed estero. Le conseguenze sono inevitabili: costretto dalla sete di libertà a lasciare «Il Secolo», andrà incontro a un periodo di oscurità e riserbo nel quale si dedicherà a opere di divulgazione storica. Alla difesa della libertà di stampa dedicherà un libro, scritto in seguito ai provvedimenti liberticidi varati tra il 1923 e il 1925. Nel ’25, per motivi analoghi, lascerà anche il «Corriere della Sera» dopo che l’allontanamento dei fratelli Albertini segnerà la fascistizzazione del giornale.

Tuttavia, nonostante operi nell’ombra, Borsa continua a essere percepito come pericoloso antagonista del regime: nel ’35 viene arrestato per aver contestato gli accordi Mussolini-Laval e, di nuovo, nel ’40, a Barzio, sarà trasferito nel campo di concentramento di Istonio Marina.

Sarà il CLN a chiamarlo alla direzione del «Nuovo Corriere», proprio per il suo passato non compromesso e in quanto tenace assertore della libertà. Sua intenzione sarà quella di orientare la “grande massa della gente apolitica”, polemizzando con le false correnti camuffate da anti-fascismo e difendendo la legalità e il parlamentarismo, con atteggiamenti netti: contesterà tra l’altro il metodo di attribuzione del voto alle donne.

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Ma le Memorie si fermano agli anni Quaranta, quando si è delineato appieno il senso di una vita spesa per la cultura, la società, all’insegna della dignità del lavoro. Anche dove la Storia erompe, la narrazione si fa umana, profonda, per niente stereotipata e il lettore si muove tra arte, società, corsi e ricorsi della Storia, ripercorrendo temi di estrema attualità: libertà di stampa, collocazione dell’Italia nel panorama europeo, grandezza del genio italiano a fronte della miopia delle politiche culturali. Il volume non può che concludersi con i consigli a chi voglia con coscienza intraprendere la strada del giornalismo. Borsa riprende le parole dell’Imbonati a Manzoni: “Non ti far mai servo, non far tregua con i vili, il santo vero mai non tradir”. E aggiunge: “Siate dunque indipendenti e inchinatevi solo davanti alla libertà.”

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Demetrio Paolin da Salgari a Lucentini: Non fate troppi pettegolezzi

[dropcap]Q[/dropcap]uesta volta non parliamo di libri perduti ma di libri sviscerati da un autore contemporaneo. Una vera e propria passeggiata letteraria in cornice piemontese, assieme a Demetrio Paolin, autore di Non fate troppi pettegolezzi.

[dropcap]I[/dropcap]l Piemonte si porta dietro l’ombra della malinconia, in quelle terre solcate da sterminate pianure talvolta digradanti verso colline e monti innevati. Lo sapevano bene quattro protagonisti del Novecento, quattro scrittori sviscerati in ordine cronologico dall’autore di Non fate troppi pettegolezzi, Demetrio Paolin, nel quale le voci degli scrittori e alcune note biografiche si mescolano continuamente. Anche Paolin vive a Torino, anche lui conosce la malinconia della città e della regione che ha dato i natali, o talvolta è diventato patria d’adozione di molti protagonisti della letteratura del Novecento.

Nello specifico si parla, nell’ordine, di Emilio Salgari, Cesare Pavese, Primo Levi, Carlo Lucentini.

[dropcap]È[/dropcap] un saggio che l’autore non vuole definire saggio, e forse a ragione. Perché la sua, più che un’analisi scientifica degli stili e delle poetiche autoriali, vuole forse essere più un’ammissione dell’influenza che gli autori in questione ha avuto su Paolin.

Se proprio gli si dovesse chiedere una definizione, l’autore direbbe che questo è il suo esame di coscienza.1

[dropcap]A[/dropcap]uattro storie che si incrociano, quelle di scrittori eccellenti nelle proprie case piemontesi. Accomunati, tutti, da un episodio di suicidio a conclusione delle loro vite, a porre fine a una carriera più o meno eccellente, più o meno osannata finché erano in vita gli scrittori.

Salgari, sommerso di debiti e perennemente in crisi di scrittura, viene analizzato in questo testo nel suo lato più umano; lontano dalle frivolezze (dai pettegolezzi del titolo), si analizza nel capitolo a lui dedicato l’ansia che l’ha accompagnato finché era in vita, quella di scrivere storie, di inviarle all’editore, à la façon di una catena di montaggio. Deve redigere tot pagine al giorno, a volte butta giù le parole senza però raggiungere i risultati desiderati, con qualche incertezza nella scrittura, quasi zoppicando. Infine, attraverso i suoi romanzi esce come uno scrittore “fuori tempo” rispetto all’epoca decadente in cui visse.

Sandokan è fuori tempo. Negli stessi anni in cui Salgari cercava di tenere in vita il personaggio del pirata, la letteratura italiana produceva gli inetti di Italo Svevo e gli eroi decadenti di Gabriele D’Annunzio. Nel leggere i libri di Salgari bisogna tenere a mente il periodo in cui vengono scritti, proprio perché egli ha il volto torto all’indietro. I suoi personaggi sono molto più vicini agli stereotipi del romanticismo tedesco o inglese (il Byron del Caino o del Manfred, lo Chateaubriand di René). Eppure proprio questo ci attira: il rispondere di Salari perfettamente alle aspettative di quel che vogliamo leggere.2

[dropcap]C[/dropcap]osì, l’autore persegue la sua indagine nelle vite e nelle scritture. Non senza provocazioni visionarie, come quella che vede un Sandokan invecchiato intento a dimostrare di essere ancora forte e capace, come il suo demiurgo era continuamente costretto a fare.

Luoghi e tempi sono minuziosamente indagati in questa dissertazione.

Anche per Cesare Pavese si parte da uno di quelli da lui frequentato. L’Hotel Roma in piazza Carlo Felice, dove lo scrittore morì

dando le spalle alle sue colline, lontano da esse. Venuto a morire nella città che l’ha visto diventare uomo e scrittore, uno dei maggiori della sua generazione.3

Paolin ci avvicina alla vita e ai sentimenti degli autori che prende in esame, immedesimandosi letteralmente in ogni passo di ognuno di loro.

Tutte le volte che passo sotto questi portici, rivedo i passi di Pavese fino all’entrata dell’albergo, ancora simile a quella che fu allora. Sale con il suo poco bagaglio e cammina per i corridoi stretti e bui. Infine eccolo arrivare a quella camera e in quella morire.4

[dropcap]E[/dropcap]d è Lavorare stanca l’opera su cui Paolin fa perno per leggere i passi dell’autore e il suo viaggio, in parallelo con il viaggio di Pavese: “Camminiamo una sera sul fianco di un colle […] Traversare una strada per scappare di casa”.

[dropcap]S[/dropcap]i mettono quindi in relazione davvero forte e intima l’opera letteraria con gli accadimenti della vita autoriale, con l’idea del movimento e i legami con la letteratura straniera così importante nella produzione dello scrittore. Il movimento, poi, secondo Paolin ritorna anche ne La luna e i falò, romanzo con un io narrante alla ricerca della sua identità.

“Chi può dire di che carne sono fatto?”, si chiede l’io narrante del romanzo. L’uomo che parla non ha passato, non ha storia che non sia la propria storia, non ha famiglia, genealogia o radici. Non appartiene a questa terra – “non so se vengo dalla collina” –, ignora i propri natali e la propria discendenza come fosse spuntato dal nulla. […] L’impressione è che lui parli dando le spalle a tutto ciò che è accaduto nella sua esistenza, e sia qui sulle colline a cercare una ragione, l’ultima.5

Operazioni analoghe a queste Paolin le compie nel resto del suo saggio (benché l’autore non voglia chiamarlo così, sarebbe difficile incasellare altrimenti questo testo).

[dropcap]È[/dropcap] Primo Levi il protagonista della passeggiata letteraria di Paolin, che prende spunto da una visita al Museo Ebraico di Berlino, dove ritrovo il corridoio dell’Olocausto come in un sogno. E in effetti di sogno si tratta, perché la digressione tedesca si chiude con un risveglio angoscioso di Paolin nella sua Torino. Sua e di Levi, visto che rivede l’ippocastano di Levi, poi la scena della sua morte giù per le scale, una morte

per nulla tragica; è una immaginazione che toglie quell’aura romantica al suicidio; uccidersi è come un uovo che sguscia dalle mani e si frantuma a terra.6

[dropcap]M[/dropcap]a non c’è solo la morte dello scrittore Levi; c’è il male, che viene abbozzato in maniera magistrale – e qui ripreso – nel racconto Ferro. C’è l’etica di Sandro Delmastro, protagonista di quel racconto. La limpidezza della scrittura di Levi, che talvolta fa dimenticare a Paolin, e a noi, il fatto che sia stato un uomo “rinchiuso e umiliato”. E c’è un susseguirsi di considerazioni riguardanti le biografie dei quattro autori, mescolate con l’ansia di Paolin di cercare incastri e suggestioni nella scrittura degli autori, pur senza forzare mai la mano.

L’ultimo capitolo è dedicato a Carlo Lucentini, della coppia letteraria Fruttero e Lucentini. Anche lui pose fine ai suoi giorni nel capoluogo piemontese.

[dropcap]N[/dropcap]on si manca di esaltare la dote principale dello scrittore: la generosità. La “servitù come massima forma di libertà”, di cui si fa portavoce Lucentini parlando nelle trasmissioni Rai di altri autori, viene sperimentata anche da Paolin, quando svolse

il lavoro di ufficio stampa, in cui mi si chiedeva una cosa molto semplice: scrivere e parlare con la voce di un altro. Inizialmente provai fatica a farlo, i comunicati stampa uscivano con i miei tic linguistici, con i miei tentativi di fare un’opera di bello stile. Poi un giorno ripresi in mano il Tom Jones e rilessi quelle pagine. Mentre le rileggevo mi venne in mente la faccia di Lucentini; e ciò che allora avevo scambiato per imbarazzo davanti alle telecamere capii che era umiltà. La sua umiltà fu quella di capire, di rendersi conto che non avrebbe forse potuto scrivere il testo che desiderava, e quindi di mettere la sua penna con quella di Fruttero al servizio di romanzi che la gente avrebbe letto, in cui si sarebbe divertita e avrebbe imparato qualcosa. Fu una scelta di umiltà e di generosità senza fine, che personalmente mi insegnò allora, e tuttori mi insegna, a pensare che se qualcuno comprerà il mio testo, o lo leggerà, o lo regalerà, questo tu ipotetico ma reale ha un diritto medesimo e uguale al mio di autore su ciò che sto scrivendo.7

[dropcap]Q[/dropcap]uale servizio migliore, se non l’insegnamento della generosità, può essere reso al lettore di questo libro, ma anche dei libri citati in esso, scritti da autori spesso votati a una causa? Levi voleva dimostrare al mondo l’orrore della guerra, Lucentini è stato traduttore e si è messo al servizio del testo, parlandone in televisione con toni bassi e mai urlati; Salgari si è messo al servizio dei propri lettori dando loro un personaggio fuori dal tempo, che lo rifletteva in parte ma soprattutto soddisfaceva il bisogno di intrattenimento. E Pavese, infine, con quelle parole di saluto prima di ingerire una dose immensa di barbiturici, invita alla discrezione e all’umiltà.

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.
Cesare Pavese.

Demetrio Paolin, Non fate troppi pettegolezzi
10 €
Liberaria Editrice, Bari 2014

www.liberaria.it


1 Demetrio Paolin, Non fate troppi pettegolezzi, Liberaria Editrice, Bari 2014, p. 7.

2 Ibidem, p. 22.

3 Ibidem, p. 48.

4 Ibidem.

5 Ibidem, p. 58.

6 Ibidem, p. 94.

7 Ibidem, p. 137-138.

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Gianna Manzini, “Lettera all’editore”. Una mano vincente a carte

Gianna Manzini, Lettera all‘editore, Sansoni, Firenzi 1945
Gianna Manzini, Lettera all‘editore, Sansoni, Firenze 1945

Gianna Manzini scrisse negli anni in cui i rapporti con l’Editore erano molto stretti, a tal punto da trascorrere assieme a lui intere estati, in amene località valdostane; o a tal punto da potersi permettere di scrivergli, di raccontargli la genesi dei romanzi, di squadernargli progetti più o meno definiti di opere narrative. Che un autore si smascheri, senza remore né complessi, denunciando i meccanismi poetici e narrativi che fanno gemmare un romanzo non è fatto diffuso. Manzini non conosce ripensamenti né timori; la sua ammissione di progettualità è chiara, lampante, esente da meraviglie. In Lettera all’Editore (sottotitolo: Giuoco di carte) il titolo dà subito conto di cosa si andrà a leggere: una missiva, ampia, ariosa, complessa, che dà conto di “un progetto di lavoro” ritrovato, recuperato (e sottratto) allo scorrer del tempo. Codesto ‘meta-romanzo’ uscì nel 1945 per Sansoni, ma l’anno successivo fu riedito con modifiche e varianti da Mondadori; quell’Arnoldo Mondadori che era il vero destinatario della missiva.

La trama, persino irrilevante rispetto all’esplorazione dell’architettura narrativa, è creata per sottrazione, frammentata in episodi che si presentano alla mente della scrittrice senza regola, ma tramite un “correlativo oggettivo” di montaliana derivazione: un cavallo, una melagrana. E si strutturano in “avventure personali” e “vicende romanzesche”, a significare come i due comparti siano separati ma, in definitiva, comunicanti. Come se le sue esperienze personali si allacciassero all’invenzione, per pudore o per convenienza: “Ma in tutto ciò io non mi sono mai perduta di vista. Così che il vero romanzo per me consiste nei punti di concomitanza dell’intreccio con alcuni episodi della mia vita”. La vita della scrittrice, nel suo compiersi, offre terra propizia e fertile alla nascita dei personaggi, di fantasmi che premono per aver vita, per affrancarsi da una trama che altrimenti sarebbe già decisa e stabilita.

E par di vederla, la Manzini, seduta al tavolo, la penna tra le mani, fogli bianchi a riempirsi di inchiostro e pensieri, attorniata dai suoi personaggi; che la guardano, la guidano, l’affollano con fiato e carne immaginaria. E i personaggi sono testardi, caparbi. Si rifiutano, persino. Evento non inedito né inaudito: già Pirandello ci aveva presentato personaggi in cerca di considerazione, di qualcheduno che convertisse il loro dolore in maniera poetica, letteraria. Ma per i personaggi di Manzini c’è attesa di un qualcosa di più, c’è consapevolezza di sé stessi ma anche della scrittrice. È lei che li plasma, ma sono loro che la convincono a farsi plasmare; sono loro che crescono, maturano, che in base alle loro variazioni d’animo e di prospettive tiranneggiano la trama stessa, e la cambiano, modificando anche la percezione che la scrittrice aveva di loro. Un rapporto complesso, in definitiva; quasi un tiranneggiarsi reciproco che alla fine non trova una completa definizione, ma si scheggia in episodi privi di un’unità chiara d’intreccio.

Gianna Manzini
Gianna Manzini

Lettera all’Editore è esempio folgorante, summa completa della poetica letteraria di Gianna Manzini. Fu a Firenze che lei cominciò a maturare un interesse costante e potente per la letteratura, soprattutto inglese, quella che si tuffava nell’interiorità dei personaggi, che sommergeva il lettore con i flussi di coscienza, con il discorso interiore, con dislocazione di preposizioni e sentimenti.

Virginia Woolf fu il nome più ammaliante. Fu l’esempio più generoso di come si dovesse scrivere, di quale fosse la ricerca giusta per il nuovo corso del tempo. Fu la sua scuola narrativa; e lei stessa teorizzò l’importanza di questo incontro in un testo di alta poetica, La lezione della Woolf, del 1945: “La leggevo e imparavo a raccogliermi l’anima e a tenerla in fronte come la lampada dei minatori”. Una sorgente di luce che dalle profondità dell’animo di ognuno consente chiarità di prospettive e di analisi profonda: “Mi accade così di trovarmi bruscamente come in possesso d’una lampada, con la quale, procedendo nel buio, vedevo cose ignorate uscire dalle tenebre per entrare nel mio cerchio di chiarità”. Le eredità di questo rapporto sono tante: rare, rarissime la parole dirette, i dialoghi, le interazioni verbali tra personaggi; dirompente, all’opposto, il ragionamento, inesauribile vortice di parole sovrastanti, di logiche sottili; altissima densità di immagini ardite, impennate poetiche che parrebbero stridere con la forma della prosa: “Il concerto era finito. […] Le ultime note si erano spente: ricercarne l’estrema vibrazione sarebbe stato come accostare lo specchio alle labbra d’uno che non respira più”.

La rivista antifascista «Solaria»
La rivista antifascista «Solaria»

Ma su Gianna gravava anche una certa influenza poetica, magari persino ipoteca della sua terra di nascita, quella Pistoia così vicina a Firenze da subirne inarrestabilmente la forza di attrazione. Conobbe Bruno Fallaci, zio di Oriana; si avvicinò alla raffinata «Solaria», conobbe Vittorini, Moravia, Bonsanti, Prezzolini. Fu anche per questo che la scrittura della Manzini è allusiva, la trama un espediente che si fonda sui dettagli, sulle prospettive irregolari, sui volti mutevoli di un’umanità sfuggente ma dalla materia in continua evoluzione e definizione. Ed è il mondo che scorre il grande campo di indagine della Manzini. Il mondo dove lo scrittore ha un obbligo, un compito quasi morale, dal quale non si può smarcare né sottrarre. Il problema che la letteratura dovrebbe poter scaldare con la vita i ritratti che compaiono, che si materializzano da un luogo inesplorato. Senza questo compito, senza questa missione, rimaniamo con le pagine di un romanzo bruciate “ad una ad una: sul davanzale della finestra, a notte alta”.

L’italiano della Manzini è levigato, perfetto, penetrante come bisturi. È un italiano remoto, quasi dismesso, ma per la materia trattata è chirurgico, altamente specialistico. Un italiano fortemente lirico, simmetrico, che procede per chiasmi, per ragionamenti serrati che ci possono far smarrire se non si sta attenti e vigili. Ma a volte, è persino contemplata la possibilità dello smarrimento, perché l’interesse è la visione d’insieme, è l’istantanea che poi rimane come fotografia. E anche della punteggiatura la Manzini ha un’idea suprema: la punteggiatura è strumento, potente; è una potenzialità estrema della lingua, che crea pause, rafforza concetti, spezza ragionamento, frammenta suoni, ricostruisce percorsi emotivi e mentali. Parentali, virgole sparse a piene mani, punti intelligenti, doppi punti anche doppi e consecutivi, punti e virgole riesumati e in ottima salute. È una delizia, per occhi e orecchie, la lettura di pagine così ben seminate.

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Buon compleanno, Edward Gorey

I libri ritrovati di Edward Gorey
I libri ritrovati di Edward Gorey

Passa in rassegna l’umanità più bizzarra e i ruoli più assurdi, la penna di Edward Gorey. Il suo immaginario grottesco, i riferimenti all’horror con una vena umoristica nera hanno creato un genere tutto nuovo, molto americano.

Ma attenzione: è un horror non esplicito, bensì solo intuibile. Non c’è splatter nella sua poetica, bensì una sottile psicologia che trascina il lettore in un mondo spaventoso. Basti pensare ai Bambini di Gashlycrumb (The Gashlycrumb Tinies), un abbecedario in cui a ogni lettera corrisponde l’iniziale del nome di un bambino, seguita dalla rappresentazione della morte del bambino stesso. O anche al misterioso personaggio dell’Ospite Equivoco (The Doubtful Guest), strano personaggio dalla testa di formichiere che si infila in casa d’altri e compie atti bizzarri, come appoggiare il muso alla parete. Di notte vagabonda e non può esser fermato /sebbene si direbbe del tutto addormentato (L’Ospite Equivoco, Adelphi 2004, già noto nell’edizione BUR come L’ospite sgradito).

Quasi misconosciuto in Italia, ha ispirato autori del calibro di Tim Burton, con il suo immaginario e la penna precisa e tagliente.

goreydoodle

Oggi, l’autore americano avrebbe compiuto ottantotto anni. Per fargli gli auguri di compleanno, Google gli ha dedicato il doodle di oggi. Gorey, un disegnatore che vorremmo più presente nelle librerie anche italiane. Per ora, ci limitiamo a mostrarvi le edizioni (italiane e americane) già apparse, presenti nella nostra biblioteca.

Edward Gorey, L’Ospite sgradito e altri 12 racconti di umorismo nero, BUR 1994; L’Ospite Equivoco, Adelphi 2004.