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Foresta tacita di Pino D’Alfonso: evento-presentazione

[dropcap]I[/dropcap]l 13 febbraio 2015 primo evento per La Biblioteca dei Libri Perduti presso il circolo ARCI Fuorirotta di Treviglio (Bergamo)!

Siamo felici e onorati di pubblicare la raccolta di poesie e i materiali poetici (installazioni immortalate dal bravo fotografo Paolo Battistella) di Pino D’Alfonso, poeta e artista nato nel 1942 e scomparso nel 2013. Le immagini saranno in mostra al Circolo ARCI proprio dal 13 febbraio. A seguire, lettura delle poesie a cura di Damiano Grasselli (Teatro Caverna, Bergamo) e Poetry Slam a cura della LIPS.

[dropcap]V[/dropcap]ogliamo rendere omaggio a questo artista dimenticato, con un volume che ha voluto essere più fedele possibile alla sua idea di poesia e di arte. Foresta tacita raccoglierà oltre cento tra poesie, immagini e note autoriali.

Ringraziamo la vedova D’Alfonso, Simona Anna Paracchini, per averci aperto l’archivio dell’artista e delle sue opere, e la famiglia tutta.

La prefazione è a cura di Silvia Colombo, storica dell’arte contemporanea e fondatrice della rivista Nèura Magazine.

Per acquistare il volume, si può venire alla serata oppure cliccare qui.

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“Naja tripudians”: il veleno da cui non ci si salva

annie vivanti[dropcap]A[/dropcap]nnie Vivanti, figura anomala nel panorama della cultura italiana (e un po’ anche europea) tra ’800 e ’900, fu segnata nell’esclusività già a partire dalla nascita: padre italiano e garibaldino, madre tedesca e scrittrice, nascita a Londra nel sobborgo di Norwood. Imparò inglese e tedesco, prima ancora dell’italiano; crebbe tra Stati Uniti, Svizzera, Regno Unito e Italia. Volle conoscere il grande poeta del periodo, il Carducci, e gli inviò alcuni suoi componimenti poetici con un biglietto sfrontato:

Sono donna, ho vent’anni, e vengo da lontano assai onde vederVi. Non sono italiana ma profonda ammiratrice del Vostro linguaggio e di Voi, il più forte dei suoi poeti.

[dropcap]U[/dropcap] na spregiudicatezza, verbale e comportamentale, un’audacia che riverbera nei suoi romanzi; in quelle sue figure femminili e maschili che spesso rasentano lo stereotipo di una maschera ma che comunque fremono di impulsi profondamente viscerali, quasi primitivi.

Lei stessa si presentò così molteplice al grande poeta che poi sarebbe diventato amorevolmente “L’Orco”, in una poesia dal titolo emblematicamente Ego:

Non ho paese: è mia tutta la terra! / La patria mia qual’è? (sic) Mamma è tedesca, / Babbo italiano, io nacqui in Inghilterra. – E quale la mia fede? Io vado a messa; / La musica mi edifica e ricrea: / Ma sono battezzata protestate, / Di nome e di profilo sono ebrea. – Chiedi dell’età mia? Quasi vent’anni. / E quale la mia meta? Ancor l’ignoro. / Che cerco? Nulla. Attendo il mio destino, / E rido e canto e piango e m’innamoro.

Naja tripudians libro

[dropcap]A[/dropcap]nnie Vivanti fu teatrante, anche alla Fenice di Venezia; fu esperta di mondanità, esploratrice di mondi, convergenza di culture, sapienza di lingua, scrittrice controversa e spregiudicata per l’epoca in cui gemmò. Oggi, chissà, magari sarebbe stata apprezzata giornalista di costume, opinionista sulla parità di genere; ma se è vero che la storia non si può scrivere con i “ma”, è altrettanto innegabile che i suoi scritti furono considerati troppo piccanti, scurrili, finanche volgari. E anche per questo, la Vivanti fu scrittrice dalla fortuna altalenante: fiorì all’arte, manifestamente, in due occasioni particolari, ogni volta come un’epifania, per finire di nuovo dimenticata, fagocitata nel tumulto della vita che in quegli anni fu incalzante e asfissiante e inghiottita dalla smemoratezza dei lettori. E ancora oggi perdura il suo stato di scomparsa, reietta quasi completamente dal vasto pubblico di lettori e editori ingrati di tante parole, tranne per alcune ripubblicazioni rimaste di nicchia.

Naja tripudians[dropcap]N[/dropcap]aja tripudians fu scritto nel 1920, dopo le già fortunate uscite di Marion, artista di caffè concerto e soprattutto de I divoratori, ampia metafora del mondo dell’arte dove una delle figure protagoniste richiama la figlia Vivien, violinista già prodigiosa in tenerissima età e poi morta a Londra con il marito sotto i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. È un «romanzo stupefatto», secondo le parole di Pancrazi, questo Naja tripudians; un testo che viene vissuto come un’inarrestabile accelerazione alla distruzione finale; non si sa bene quale sia, questo punto di non ritorno, ma la frana è inarrestabile. In tanti gesti, negli sguardi appuntiti, nelle casualità ostentate si coglie l’irrimediabilità di una trama che vira decisamente al crudele, al sadico, al violento. E lo è ancora di più perché coinvolge due bambine, Myosotis e Leslie, orfane nell’ingenuità di una campagna che è stereotipo acceso, protette dall’indolenza di un padre scienziato, esperto di malattie e animali tropicali, che pare poco uomo e che si ripiega in una scienza senza apertura umana, che è pura discettazione senza nessuno scambio.

[dropcap]N[/dropcap]ella vita delle due piccole “zucche campestri” c’è una poesia acerba, ingenua, romanticamente informe:

Dove vanno, zia Marianna, i baci non dati? I baci creati nel pensiero, fioriti sulle labbra e non giunti al loro destino?

E sarà proprio la distruzione di questa poesia l’inevitabilità più crudele, l’azione più sconsiderata di un’umanità che distrugge e violenta. La naja tripudians è il cobra,

pura nelle sue curve come la voluttà di un violino.

[dropcap]I[/dropcap]l veleno che uccide con una velocità sorprendente, ma che lascia il tempo di rendersene conto, di realizzare che la morte, in pochi istanti, cala e non perdona: il respiro si blocca ma il cuore continua a pulsare. Ma la naja egizia diventa metafora di un comportamento decisamente più controverso e assillante, ancora più tremendo perché non naturale:

Pensavo alle ‘naje’ sociali delle nostre grandi città, di cui è tripudio il contaminare e corrompere ciò che ancora di candido, di sano e di sacro è nel mondo…

La lebbra è la malattia che serpeggia per tutto il racconto, con la sua carica di esotismo, di ignoranza, di flagello mai documentato. Sconvolgente la scena in cui Jean Vital trascorre la notte con una donna affetta dal morbo, senza saperlo, e alla mattina, con i primi raggi del sole, si sconvolge di pazzia per l’accaduto:

La bocca!… la bocca sua che aveva baciato quell’immonda cosa – quel volto roso e sfigurato dalla lebbra!

Agenda Carducci il 26 compone l'ode a AnnieIl romanzo è percorso da una passione sfrontata, da una carnalità guasta, da una sensualità in putrefazione e disfacimento, in una corsa veloce attraverso capitoli che sono piuttosto quadri, dipinti veloci. Si sprofonda in un mondo dove la droga è palliativo, neanche condannata per il male che crea quanto piuttosto vista complice di un degrado piuttosto morale, una sfaldatura sociale di cui la Vivanti si fa inedita denunciatrice, e non proprio paladina:

Perché amano veder godere. E perché amano veder soffrire.

Annie Vivanti mima lo stile, le nuances pre-vittoriane di Jane Austen: le medesime ambientazioni, la solita campagna inglese, gli stessi tè a cadenzare la monotonia di giornate a seguire il corso del sole. L’ironia è estrema, cesellata ma mai dissimulata:

Finalmente Miss Smith propose il rimedio inglese ad ogni più grave guaio. ‘Prendiamo una tazza di tè!’

Ma gli intenti sono completamente sconvolti; non solo cambiati ma persino rovesciati. Più nessuna grazia, più nessuna sagace dimostrazione di intelligenza: qua i vestiti, le ambientazioni, le stanze, i paesaggi, gli orizzonti sono percorsi da un veleno sotterraneo, da una scossa tellurica, da una violazione e distorsione dei concetto di godimento e di piacere, che si palesano soprattutto negli artisti, secondo le parole di Neversol, il personaggio più affascinante di tutto il testo:

La felicità umana è limitata, mentre i nostri desideri sono infiniti. Le possibilità di godimento sono fuori d’ogni proporzione con la nostra sete di piacere. Allora gli intellettuali, i raffinati, hanno voluto cercare fuori della vita, fuori della realtà, il filtro che plachi l’ardore d’inestinguibili desideri…

[dropcap]A[/dropcap]nnie Vivanti fu artista nel senso più completo del termine. In questo romanzo che per molti aspetti ancora è sorprendente, si concede un potere supremo: quello delle lettere, dalla parola che dà vita alla

Realtà, terribile Romanziera

e che altrimenti terminerebbe con la Morte.