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Corpo d’acqua e Sorgenti che sanno: a Firenze con Francesca Matteoni

Stiamo per arrivare a Firenze: il 27 novembre alle 17, alla bella libreria La Cité la nostra Francesca Matteoni, curatrice assieme a Cristina Babino di Sorgenti che sanno. Acque, specchi, incantesimi, terrà un laboratorio poetico a tema acquatico e fiabesco: Corpo d’acqua.

A seguire, assieme a Silvia Costantino presenterà il libro.

Per prenotare il pacchetto lab+libro a soli 20€ – i posti sono limitati – basta inviare una mail a citelibri@gmail.com.

Libreria La Cité

Borgo San Frediano 20 R, Firenze
Telefono: 055 21 03 87

Vi aspettiamo!

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Ancora e sempre aprile a Milano, Sorgenti che sanno a Pistoia: appuntamenti in blu

Doppio appuntamento per la settimana settembrina della Biblioteca dei Libri Perduti,  in pieno rientro dopo le vacanze estive.

Il primo è presso la gloriosa Società Umanitaria di Milano, via San Barnaba 48, Milano – Sala Facchinetti, domani 29 settembre alle 16. Milli Martinelli, assieme a Stefania Freddo, Psicopedagogista e ricercatrice presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e a Lucia Valcepina, scrittrice e giornalista, presenta il suo libro Ancora e sempre aprile. L’incontro è stato organizzato e curato dall’associazione Nestore, che svolge opera di sensibilizzazione nei confronti degli individui e degli enti pubblici e privati sull’importanza e l’utilità della preparazione al pensionamento.

Il secondo incontro si terrà venerdì 30 settembre alle 18, presso la libreria Lo spazio di Via dell’Ospizio a Pistoia: ci addentreremo nell’universo delle creature e dei paesaggi acquatici assieme a Francesca Matteoni, curatrice di Sorgenti che sanno. Acque, specchi, incantesimi, e ad Azzurra D’Agostino, una degli autori della raccolta di scritti sul tema. Ad accompagnarle ci sarà Anna Castellari.

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Sorgenti che sanno. Acque, specchi, incantesimi sta per arrivare!

La fresca novità dell’estate 2016 è in arrivo: sta per sbarcare in anteprima all’isola d’Elba, dove parteciperemo a Elba Book Festival, Sorgenti che sanno. Acque, specchi, incantesimi, raccolta di saggi a tema acquatico e fiabesco curato da Francesca Matteoni e da Cristina Babino.

Matteoni, direttrice e curatrice del blog Fiabe, racconta così l’esperienza del sito, che di recente ha subito un restyling (tratto dal blog Ho un libro in testa):

Fiabe è nato prima di tutto dalla mia personale passione per l’universo fiabesco. E quando qualcosa ti piace molto acquista ancora più significato se lo condividi! Da qui l’idea di coinvolgere amici scrittori e poeti, invitandoli a offrire la loro prospettiva su una fiaba o su un tema fiabesco.

Il libro, nato sul web ma sviluppatosi in maniera articolata e complessa per la stampa, con inediti di Giovanni De Feo e di Francesca Scotti, e un apparato critico di Matteoni e di Babino, racconta il tema di creature e di paesaggi acquatici in maniera scientifica e accurata, ma al tempo stesso divulgativa e piacevole, attraversando in lungo e in largo le tradizioni di tutto il mondo legate al tema di laghi, fiumi, sirene, agane, rusalke,  e altre creature mitiche più o meno note.

Gli autori coinvolti sono: Giovanni Agnoloni, Mariasole Ariot, Cristina Babino, Vincenzo Bagnoli, Francesca Bertazzoni, Chiara Catapano, Azzurra D’Agostino, Giovanni De Feo, Patrizia Dughero, Francesca Matteoni, Caterina Morgantini, Viviana Scarinci, Francesca Scotti e Eleonora Tamburrini.

La copertina è stata ideata da Alfonso Cucinelli, inossidabile illustratore di tutte le copertine della Biblioteca dei Libri Perduti.

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Vi aspettiamo al bar Cipolla di Piazza del Popolo a Rio Marina, il 29 luglio alle 18,30 per l’anteprima di presentazione del libro!

Sorgenti che sanno
che spiriti stanno
Che spiriti stanno a ascoltare…

Dino Campana

Nelle fiabe si fa esperienza dei quattro elementi e delle loro qualità straordinarie: si viaggia e si muta per mari e boschi, si scende nel sottosuolo; ci si libera nel fuoco, nel forno dove finisce la strega o nella luce che scende dagli astri; si vola e si conoscono i cieli. Ma certo, a causa della nostra natura terragna eppure indissolubilmente unita all’acqua, il regno acquatico rappresenta il più vicino e sperimentabile esempio di alterità, dove la superficie liquida delle correnti ha il potere di nascondere e rivelare, di divenire un terribile ostacolo e un ponte per l’attraversamento.

(Dalla prefazione di Francesca Matteoni)

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Il 25 aprile

[dropcap]N[/dropcap]oi lo ricordiamo con le parole di Milli Martinelli, nel suo ‪Ancora e sempre aprile. Ancora una volta, la storia di Milina-Milli si mescola alla Storia di tutti noi.

Il professore morì di angina pectoris alla vigilia del 25 aprile del 1945, il giorno della Liberazione. Ancora aprile.
Di Carlotta fino a quel momento nessuno aveva più avuto notizie. E nessuno seppe, e avrebbe mai saputo, salvo Milina, che al terzo raggio femminile erano rinchiuse le “Politiche” condannate dai tedeschi alla pena capitale.
Il professore aveva avuto un violento attacco di cuore e il medico e amico di famiglia aveva fatto in tempo solo a visitarlo e a diagnosticarne la gravità. Aveva avuto degli spasimi terribili, s’era fatto paonazzo e la moglie era riuscita a sostenerlo e a trascinarlo sul letto senza chiamare Milina, perché la sua niña non si spaventasse. La chiamò al capezzale del padre, appena le parve che si fosse un poco ripreso, e da cianotico era diventato d’un pallore giallastro. Aveva riaperto gli occhi, e aveva detto in un soffio: «Io sto morendo… dov’è Milina?».
«Ma cosa dici, mi querido? Vado subito a chiamare il dottore. Ti mando Milina, ma non farla spaventare, por suerte de Dios…» disse accarezzandogli i capelli grigi e sottili, e sfiorandogli teneramente con le labbra la fronte sudata e gelida. Era uscita dalla stanza per chiamare Milina, le aveva detto che papà aveva avuto un malore, ma l’aveva subito tranquillizzata: «Ora sta meglio». La pregò di stargli vicino, senza affaticarlo, mentre lei avrebbe fatto un salto a chiamare il dottor Villani, che stava a due passi, perché il telefono era bloccato.
Quando Milina entrò, il professore l’accolse con un pallido sorriso, le afferrò la mano e la fece sedere sulla sponda del letto.

«Ninìn» le disse con un filo di voce, ansimando, ma cercando a fatica, tra una pausa e l’altra, le parole giuste, «forse… io ti ho trascurato… troppo vecchio… per fare il padre… ma tu sei cresciuta bene lo stesso… sei maturata presto… tu sei già… una persona “libera”, anche se non hai avuto una guida… anche se sei nata in un paese pieno di… pregiudizi… princìpi idioti, una chiesa complice… e sei diventata grande nella tragedia di una guerra feroce e insensata», s’interruppe, sembrava esausto. «Senza una guida» ripeté facendo uno sforzo immane, «vile… non ho avuto coraggio… con quattro figli… tu…»

Si accasciò senza completare il discorso. Era sfinito, ma era così forte quella stretta che Milina non osava liberare la mano, mentre tentava di calmarlo; si accoccolò accanto a lui, pregandolo di non affaticarsi, e finalmente gli confessò tra le lacrime quello che avrebbe sempre voluto dirgli: che lui era stato invece il suo unico punto di riferimento, che non aveva mai dimenticato le cose bellissime che raccontava alle sue sorelle sulla solidarietà umana, sulla giustizia, sulla libertà di coscienza… sul socialismo (finalmente quella parola magica che non aveva mai osato pronunciare) di Andrea Costa e di Filippo Turati e di Anna Kulishoff, medico dei poveri, che curava senza farsi paga
re. Parlava pensando che il padre, con quel respiro roco, non fosse in grado di sentirla, anzi proprio per questo, proprio per vincere la paura che stesse morendo, parlava. Ma chissà se era riuscita davvero a dire quello che aveva ripensato in tutti gli “anni del silenzio”. Probabilmente aveva solo biascicato qualche cosa per tranquillizzarlo. Per dirgli che un mondo nuovo sarebbe nato dalle macerie, morali e materiali, lasciate dal fascismo.

Dopo un lungo silenzio Milina udì a fatica le ultime parole che il morente riuscì a dire: «Vivi… da persona libera… Ninìn» balbettò in un soffio, «… ama da persona libera».

La voce si fece roca e si dissipò in una tosse asmatica che gli toglieva il respiro.

(Milli Martinelli, Ancora e sempre aprile, pp. 33-35, La Biblioteca dei Libri Perduti, Milano 2016)

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Milli Martinelli, Ancora e sempre aprile: il nuovo titolo della Biblioteca!

[dropcap]L[/dropcap]a Biblioteca dei Libri Perduti è lieta di annunciare la sua nuova uscita: Ancora e sempre aprile, raccolta di racconti di Milli Martinelli.

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Sei microcosmi che attraversano un secolo di Storia e ci fanno dialogare con l’autrice attraverso la sua portavoce: Milina, spirito effervescente, indagatore e attratto dall’Umano in tutte le sue sfaccettature. Sei storie tinte di umorismo, racconti che suggeriscono, a volte sussurrandolo a volte urlandolo, il desiderio dell’autrice di indagare le incongruenze, le tensioni e le pulsioni del nostro tempo, ma anche gli ideali vituperati e negati, insieme a tutti quegli jurodivye, gli “Stolti in Cristo”, di cui il lettore troverà tracce sparse qua e là.

Milli bambina«La vita è un dono in quanto tale» ci dice l’autrice per bocca di Milina: l’evoluzione dell’uomo che raggiunge lo stadio più elevato dopo quello della ragione, vale a dire quello della mente intesa come “spirito”, “coscienza” o, come dicono molti, “anima”, conduce Milli a un’autentica fiducia nell’essere umano. Attraverso questo percorso di ricerca, la sua parola si carica sempre più di senso: è voce che ricorda e ricompone gli sprazzi del passato; è segno che testimonia la possibilità d’esistere oltre il tempo; è fonte di spassosissimi alterchi e confronti; è incontro tra menti vaste e smarginate; è preghiera laica, al pari delle note di un violino.

Milina fissava la bara sepolta dai fiori e senza avvedersene si rivolgeva a Lui, in una sorta di confusa preghiera senza parole. Ma non era preghiera. La preghiera è destinata solo a Dio, e Milina non era avvezza a pregare. Conosceva soltanto una preghiera che qualche volta, in un particolare stato d’animo, pronunciava mentalmente senza sapere a chi la rivolgeva ed era “grazie, grazie, grazie”. Le accadeva nei rari attimi di perfezione spirituale, quando le vibrava dentro come una corda tesa di violino. Se in quei momenti si rivolgeva a Dio, non avrebbe saputo dirlo, perché non riusciva a immaginare Dio, che infatti non è immaginabile: è un concetto, una metafora, e tuttavia quella preghiera nasceva da una irrefrenabile gratitudine per il dono della vita o per un impulso di acutissimo di amore e dolore per l’umanità. Forse in quella tensione d’amore avvertiva il senso dell’Assoluto.

milli1[dropcap]M[/dropcap]illi Martinelli è stata Docente di Lingua e Letteratura russa presso l’Università IULM di Milano, autrice di numerosi saggi critici e traduttrice di opere teatrali. Ha esordito nella narrativa con Storia di un’idiota, Archinto editore 2008. Tra le sue precedenti pubblicazioni ricordiamo: Russia: l’ultimo inganno. Forse il diavolo ha acceso ancora le luci, Baldini & Castoldi 1995; Il Settecento russo: storia e testi della letteratura russa, UNICOPLI 1997; Leggere Dostoevskij: viaggio al centro dell’uomo, UNICOPLI 1999. Ha curato inoltre l’opera omnia di M.A. Bulgakov per la BUR (1994-2004).

I diritti d’autore del libro saranno devoluti ad Ayuda Directa Onlus impegnata in progetti umanitari in Ecuador.

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Pino D’Alfonso torna a casa: A Busto Arsizio, 23 marzo 2015

[dropcap]I[/dropcap]l poeta torna a casa. Siamo felici di annunciare la data della prima presentazione di Foresta tacita nella cittadini in cui trascorse quasi tutta la vita il poeta Pino D’Alfonso: Busto Arsizio.

[dropcap]È[/dropcap] nel varesotto che egli infatti visse, lavorò e concepì le sue opere e le poesie. Siamo lieti di annunciare che il 23 marzo 2015, ore 18, si terrà la prima presentazione presso la Libreria Boragno, in via Milano 4.

Nello stesso giorno – l’ora precisa verrà comunicata nei prossimi giorni – sarà visitabile anche la mostra delle riproduzioni delle opere del poeta, presso la Biblioteca Comunale di via Paolo Camillo Marliani, 7, sempre a Busto.

Vi aspettiamo!

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Link all’evento su Facebook

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Foresta tacita di Pino D’Alfonso: evento-presentazione

[dropcap]I[/dropcap]l 13 febbraio 2015 primo evento per La Biblioteca dei Libri Perduti presso il circolo ARCI Fuorirotta di Treviglio (Bergamo)!

Siamo felici e onorati di pubblicare la raccolta di poesie e i materiali poetici (installazioni immortalate dal bravo fotografo Paolo Battistella) di Pino D’Alfonso, poeta e artista nato nel 1942 e scomparso nel 2013. Le immagini saranno in mostra al Circolo ARCI proprio dal 13 febbraio. A seguire, lettura delle poesie a cura di Damiano Grasselli (Teatro Caverna, Bergamo) e Poetry Slam a cura della LIPS.

[dropcap]V[/dropcap]ogliamo rendere omaggio a questo artista dimenticato, con un volume che ha voluto essere più fedele possibile alla sua idea di poesia e di arte. Foresta tacita raccoglierà oltre cento tra poesie, immagini e note autoriali.

Ringraziamo la vedova D’Alfonso, Simona Anna Paracchini, per averci aperto l’archivio dell’artista e delle sue opere, e la famiglia tutta.

La prefazione è a cura di Silvia Colombo, storica dell’arte contemporanea e fondatrice della rivista Nèura Magazine.

Per acquistare il volume, si può venire alla serata oppure cliccare qui.

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Nelle pieghe oscure della storia. Una lunga pazzia, di Antonio Barolini

[dropcap]N[/dropcap]el 1962, a un anno dall’uscita in Francia di Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique di M. Foucault, esce in Italia, per i tipi di Feltrinelli, su terreni confinanti con il Verismo e il Romanzo d’appendice, ma con tocchi sparsi di poesia, Una lunga pazzia dello scrittore, poeta e giornalista di origini vicentine Antonio Barolini (Vicenza, 1910-Roma, 1971). Un capitolo del romanzo originale, intitolato Una casa di campagna, era già apparso, nel 1953, nel Quaderno XII di «Botteghe Oscure».

[dropcap]I[/dropcap]l Neorealismo sembra ormai una parentesi chiusa, per alcuni da rinnegare, e la letteratura si avvia a percorrere strade alternative, quando Una lunga pazzia ritrae e svela, con nitore e schiettezza, ma con una vena di ironia, un piccolo mondo veneto, chiuso e patriarcale, figlio di una certa cultura, superstiziosa e bigotta, di primo Novecento. Un romanzo che coinvolge con la sua apparenza innocua e il suo gusto popolaresco ma che, con grazia e levità, conduce lentamente nel cuore di una storia delirante, senza via di fuga.

[dropcap]L[/dropcap]e vicende dei protagonisti e del loro entourage portano con sé una disamina sociale impietosa: il corrompersi del sentimento religioso a favore di una serie di rituali, tra rozzezza e ottusità, il venir meno al proprio compito di una classe dirigente, il fallimento del singolo come apice della crisi di un intero sistema, le aberrazioni di una certa “educazione sentimentale”. Nulla di decadente o estetizzante, solo un’indagine accurata di quel mondo provinciale di cui l’autore avverte ancora gli strascichi. E noi con lui, anche a distanza di mezzo secolo.

[dropcap]L[/dropcap]a storia si avvia e procede nella più losca segretezza, se non che nella vita di Pietro – 45 anni, amante di Regina da dieci, sindaco del paese, in buona con gli atei, con il prete e con tutti gli indecisi – compare per caso una certa Maria Assunta. Signorina benestante ma non troppo, con la passione per il pianoforte e i capelli vaporosi come certe artiste che si vedono sulla copertina dei giornali illustrati. Animata da crisi spirituali ma, a dispetto dei desideri materni, lontana dall’idea di farsi suora. Ha ereditato dal padre l’esuberanza romantica e dalla madre l’angustia mentale, si dibatte in un coacervo di luoghi comuni, passando dal più nudo e retorico misticismo alla più bassa e volgare superstizione. Da tal donna non può che nascere un esserino, Giovanni, preda di visioni e isterie, esaltato dalla propria presunta genialità. Una vita, la sua, corazzata di pigrizia, imbellettata da costumi eccentrici, satura di noia e sete pregiate, sferzata da un’inflessibilità dura e capricciosa verso i sottoposti. Attorno, brulica un’umanità complice, preda di pettegolezzi e sudditanze, con la connivenza di preti che riescono a «intorbidare l’acqua Santa e a far impallidire il manto rosso del diavolo».

[dropcap]L[/dropcap]a grande Storia si insinua leggera e discreta all’interno delle vicende personali. La prima Guerra Mondiale passa così, nello spazio di poche righe, e l’euforia del primo dopoguerra strombazza come quelle alte carrozze traballanti, tutte sbuffi e urli sordi, che seminano il terrore tra polli, uccelli e contadini. Insomma, si sorvola sui drammi: fillossera e afta al pari della spagnola con la sua teoria di lutti.

[dropcap]M[/dropcap]a a ben guardare, dietro le tipologie letterarie e narrative, c’è tutto un retroterra da contestare. Le figure maschili sono vittime di una mala-educazione fatta di streghe vendicative e conformismo, l’unica difesa possibile per loro, da adulti, sembra essere la santità del diritto ereditario di proprietà. Per il resto, la loro è una vita dominata da una vaga paura: meglio tenersi buona la Chiesa che, a sua volta, chiuderà un occhio su tradimenti, frequentazioni equivoche, improperi,  bestemmie incluse. Pecorelle impigrite dalla ricchezza dei pascoli, con qualche segreto pasticcio, magari una tresca con una donna sposata, incanto di carezze e baci, spregiudicata al punto tale da rendere il marito connivente del tradimento, tenendo l’amante al guinzaglio, sotto l’incubo di uno scandalo.

[dropcap]I[/dropcap]l romanzo, nel tratteggiare la psicologia dei personaggi, si rivela mordace e allusivo, soprattutto per la non-convenzionalità delle dinamiche, basti pensare al rapporto teneramente ambiguo tra i due giovani, Giovanni e Marcello, figure centrali nella seconda parte del romanzo, legati da una liaison tanto sfumata quanto ammiccante: “nell’amicizia tra persone di un medesimo sesso, il senso può riuscir ad esprimersi sul piano medesimo dell’intelligenza e creare un’armonia, tra gli esseri che la compongono, anche più rara e sublime”.

una lunga pazzia copia
Antonio Barolini, Una lunga pazzia, Feltrinelli 1962.

[dropcap]L[/dropcap]o stile di Barolini, avvezzo a frequentar la poesia, fa sì che ogni descrizione sia densa e quanto mai suggestiva. Ed è forse questo linguaggio ricco e sfumato a far dimenticare gli echi di situazioni letterarie note: dal richiamo a Mastro Don Gesualdo del padre-padrone protagonista, al rapporto di dipendenza madre-figlio di Maria Assunta e Giovanni che, al di là degli esiti, ricorda tanto quello delle Sorelle Materassi con il nipote Remo, fino alle pittoresche comparse di manzoniana memoria (l’abbadessa confidente degli afflitti, il notaio-azzeccagarbugli, le pettegole di paese…).

[dropcap]I[/dropcap]l romanzo comincia e si conclude in un manicomio di Colbasso. La protagonista, insieme alla sua cameriera personale, vive da quattordici anni in un mondo fluttuante, dentro a sogni e immagini, priva del senso del tempo: un’esistenza rallegrata soltanto dai fiori del giardino o dalle primizie dell’orto che qualcuno le porta da casa. Maria Assunta non può far altro che chiamare “poveri pazzi” gli altri senza rendersi conto di essere una di loro. Assolta dal tribunale per totale infermità di mente, sorvegliata in un luogo di reclusione.

[dropcap]T[/dropcap]utto ciò avviene molto prima che il signor Basaglia possa scalzare le teorie di Lombroso. Nel 1962, anzi, negli anni Cinquanta quando il romanzo viene concepito, la pazzia è considerata un patrimonio genetico, marchio indelebile. Che c’entra l’ambiente? Si tratterebbe di chiederlo ai protagonisti di questo libro, meglio ancora alle figure reali sottintese, a quell’ottica provinciale imbevuta di terrore e fanatismi che, ancor oggi, in certi luoghi più o meno remoti d’Italia, e parlo del 2014, può portare alla pazzia.

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“Il libro dei libri perduti”: la letteratura dell’assenza

IMG_5186 [dropcap]L[/dropcap]a storia della letteratura è piena di biblioteche che bruciano e, all’opposto, di biblioteche resuscitate. L’incendio della Biblioteca di Alessandria, da una parte, e il ritrovamento dei papiri nella Villa dei Pisoni di Ercolano, dall’altra, sono probabilmente i due exempla più evidenti e noti di questa casistica. Spesso, a torto, crediamo di poter presumere che la sparizione dei libri sia collegata essenzialmente alla sparizione del supporto, del “libro” in quanto oggetto, sul quale l’opera era stata impressa, o del “papiro” su cui era stata scritta. E di conseguenza crediamo sia un problema che riguarda esclusivamente i testi antichi, quando di copie ne esistevano una manciata e non si aveva la rassicurante certezza che esistessero i CD, le chiavette USB, le memorie esterne, i computer dalle memorie inesauribili.

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Stuart Kelly

[dropcap]N[/dropcap]iente di più sbagliato, o almeno non in parte. Perché lo studio di Stuart Kelly, questa deliziosa antologia sulla casualità e la sua ferocia, anche se fortemente incentrato sulla letteratura anglo-americana (soprattutto per il moderno), ci consente comunque di gettare lo sguardo ben oltre la più banale delle riflessioni a riguardo. Perché anche il contemporaneo ha le sue falle evidenti. Anche l’età contemporanea ha i suoi limiti, chiari e palesi: la stessa idea, lanciata da più parti, di una “biblioteca digitale”, ha i suoi difetti. Allettante è, per noi, il progetto di poter costruire un luogo dove tutti i libri pubblicati possano conservarsi in eterno, al riparo dall’usura del tempo, dalla distruzione degli agenti atmosferici, dalla distrazione di un impaginatore. Allettante perché siamo un po’ abituati, persino un po’ viziati, a pensare che tutto sia sempre a nostra disposizione, nel momento esatto in cui ne abbiamo voglia. Un tasto, un pulsante, uno schermo et voilà, tutto viene richiamato al nostro cospetto. E come ci sentiamo violati, quando ciò non succede; come ci sentiamo persi se la nostra fiducia nell’archivio eterno viene meno e rimaniamo costernati di fronte a un vuoto immateriale. Ma non sappiamo se sarà possibile realizzare questa idea che, in ogni modo, non sarà mai certezza di eternità. Ogni innovazione, appena si concreta, pare subito inespugnabile; poi, più o meno lentamente, le maglie cominciano a cedere.

[dropcap]S[/dropcap]tuart Kelly ci racconta tanti libri che non ci sono più; o che non ci sono mai stati. Lo fa con una precisione quasi filologica e con una passione autentica. Lo fa radunando notizie e informazioni, perché è difficile inquadrare un libro che non si può più leggere. A quali opinioni si deve dare più credito? A quali meno? E, a render più complicata la critica, si delinea anche l’evidenza che un libro possa essersi smarrito non necessariamente perché di scarso valore, come accadde al Libro della musica di K’ung Fu-tzu; ma semplicemente per una antipatica e ostile casualità di eventi, di circostanze, di fraintendimenti.

[dropcap]I[/dropcap]n altri casi abbiamo perso libri che sono stati modello e radice per altri autori, che nel tentativo di imitarli (nel significato petrarchesco) hanno scritto e prodotto opere che in alcuni casi sono diventati altrettanti capolavori: è il caso del Margite, probabile scritto di Omero. Altre volte ci sono storie che paiono punire scrittori troppo prolifici, quasi a disprezzare il loro vanesio ardire: dei duemila drammi scritti da Lope de Vega ne è sopravvissuto un quarto, più o meno.

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Dylan Thomas

[dropcap]M[/dropcap]a ci sono, all’opposto, anche libri che fanno di tutto per sopravvivere, come se la loro volontà fosse quella, chiara ed evidente, di voler essere letti. È il caso di Sotto il bosco di latte di Dylan Thomas, che per ben due volte l’autore cercò di perdere, abbandonandolo persino in un pub di Londra. Certo, gli episodi di fortunosa salvezza sono sicuramente meno numerosi, in percentuale e in esempi, ma tutto questo ci dimostra quanto i meccanismi della conservazione siano fragili ma fantasiosi, animati da una specie di poetica.

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Sylvia Plath

[dropcap]I[/dropcap]l libro dei libri perduti è un’alternativa storia della letteratura che tiene conto anche di ciò che sarebbe potuto esserci, che magari è fiorito nella mente dell’autore, che ha condizionato le sue scelte e la sua weltanschauung. È un’aneddotica ricca di colpi di scena, di eventi ad accavallarsi, di date a rincorrersi. È una storia di lunghi e travagliati rapporti, di romanzi persino contesi tra due scrittori ma mai scritti da nessuno (come il caso di Agatha, che Melville e Hawthorne si scaricarono a vicenda senza mai riuscire a terminarlo). È la storia di decisioni, per fortuna, non rispettate (nel caso di Kafka), di pessime gestioni testamentarie e redazionali (come quella di Ted Hughes con Sylvia Plath), o di ispirazioni rapide, fulminanti (come quelle di Rimbaud che scrisse “se non scrivo di più, è che sono stanchissimo e che d’altra parte, per me come per voi, non c’è niente di nuovo”).

[dropcap]D[/dropcap]opo tante pagine a dolerci di ciò che è scomparso, di ciò che non leggeremo mai, delle tante idee che sono scomparse assieme agli autori, Stuart Kelly ci costringe a riflettere sul fatto che “la perdita non è un’anomalia, una deviazione o un’eccezione. È la norma. È la regola. È imprescindibile”.

[dropcap]A[/dropcap]nche per la nostra epoca, dove pare che ci sia possibilità di conservare proprio tutto. Tranne l’interesse.

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Giana Anguissola, di sentimenti e d’altre storie

[dropcap]S[/dropcap]e ho cominciato a scrivere, un po’ del merito (o della colpa, secondo i punti di vista) va a Giana Anguissola.

A dodici anni mi sono trovata a sfogliare, infatti, Il Diario di Giulietta, e l’ho riletto più volte. Mi fu da stimolo per i primi esperimenti di scrittura, che ovviamente erano in forma di diario, stimolata dal fatto che la protagonista, Giulietta appunto, diventasse brava in italiano, per via del fatto che cominciava ad allenarsi nella scrittura.

Il libro – una ristampa degli anni Settanta, con una bella illustrazione in copertina di Megi Pepeu, che immortala due amiche in una deliziosa mise anni cinquanta, di fronte a un cancello – è rimasto nella mia cameretta, nell’angolo dei miei libri d’infanzia e adolescenza, fino a quando non mi è capitato di leggere un articolo sul blog The Book Girls, sulla young adult fiction, che intelligentemente annovera la scrittrice di Trapo (Piacenza) come “una delle migliori autrici per ragazzi della nostra letteratura”.

anguissUna delle migliori e una delle più dimenticate. Nel giro di qualche tempo, ho aguzzato gli occhi per vedere se si riuscivano a trovare altri titoli dell’autrice, in edizione anni settanta (in realtà, dal sito Mursia, fatto salvo qualche caso, si evince che si continua a stamparla con le stesse illustrazioni, ma ho seri dubbi che ciò sia vero). Oltre al fatto che ha scritto un’infinità di romanzi, posso dire che ogni libro fa storia a sé, anche se i temi – crescita, amicizia, amore, primi batticuori, prime feste, ma anche senso di inadeguatezza tipico dell’adolescenza – sono ricorrenti. Se il Diario è preludio a una trilogia per il grande successo che ha avuto, insieme a Giulietta e i sedici anni e a Giulietta se ne va (quest’ultima mi manca!), altre ragazze sono state protagoniste delle sue storie avvincenti, che ho riletto con un tuffo nel passato e con spirito il più possibile “incantato”, lo stesso con cui lo leggevo allora.
[dropcap]P[/dropcap]er esempio, ho preso in mano Marilù, commedia degli equivoci illustrata da Gabrielle Simons, che contiene anche un secondo racconto a fine libro, anche più bello ed emozionante. In questo, intitolato Giudy, la protagonista (che non è Giudy, ma una sua amica) è costretta a far fronte con la sua mamma alle ristrettezze sopraggiunte con la morte del padre. Obbligate ad affittare la villa dove vivono, si trasferiscono in mansarda, adattandola loro stesse a casa. In questo racconto si sente molto presente l’ipocrisia della società del tempo: quando Giudy viene a sapere della perdita in famiglia subita, esclude l’amica dalla sua festa di compleanno. Ma la protagonista rientrerà in società in modo inaspettato…

Sia in questo libro che in altri, come nel Diario, Anguissola prende le distanze dai cliché della società borghese, anche in modo coraggioso per l’epoca: quando il padre di Giulietta viene a sapere che suo nonno aveva trattato male un’ava dei vicini, solamente perché figlia di un malfattore, che l’aveva abbandonata da piccola, questa verità diventa una lezione terribile per lui, che giudicava le persone in base alla genìa arrivando anche alle presunte malefatte dei trisavoli:

… la figlia della sorella del bisnonno [dell’amica della figlia, Fiammetta] sposò esattamente un avanzo di galera che la fece morire di dolore, un bracconiere e peggio: Verdesi, proprio. Il mio povero babbo ne parlava spesso. E che ebbe una figlia: Maria Cecilia, appunto, scomparsa giovane da casa… una casa che si sfasciò… e di lei nessuno seppe più nulla.

– No,  – precisò la mamma, se pur spiacente di farlo. – Dicesti che lei scriveva spesso, dapprincipio, al bisnonno, quando cercava un modo di sistemarsi, d’indirizzare la sua vita. Ma lui… – Esitò, accennò l’uomo fiero del quadro: – Ma lui, mai le rispose.

– Diceva, – spiegò il babbo, imbarazzato, di non voler avere a che fare con la figlia di uno scavezzacollo. […]

– Sbagliava a voler vedere il padre attraverso la figlia. Ed ebbero ragione gli Zanetti che in lei videro lei sola.

e conclude:

– Il mio pensiero è che accetto questa inaspettata, alta lezione, per me e per chi non c’è più, Lucia.

«Così disse il babbo, in un modo tanto bello che non lo voglio dimenticare mai e perciò lo segno qui nel diario: “Ogni alta, meritata lezione, anche sè dura, bisogna accettarla con gioia”.»

Una presa di coscienza, queste parole, che i valori considerati “giusti” non sempre sono applicabili a tutte le situazioni, narrata senza prendere mai posizione: il babbo di Giulietta si mostra fragile, la moglie si mostra comprensiva, la figlia che ascolta di nascosto si emoziona vedendo il babbo più sensibile e affettuoso di quanto non si mostri nella vita quotidiana. Un primo, vero grande passo verso la maturità.