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Demetrio Paolin da Salgari a Lucentini: Non fate troppi pettegolezzi

[dropcap]Q[/dropcap]uesta volta non parliamo di libri perduti ma di libri sviscerati da un autore contemporaneo. Una vera e propria passeggiata letteraria in cornice piemontese, assieme a Demetrio Paolin, autore di Non fate troppi pettegolezzi.

[dropcap]I[/dropcap]l Piemonte si porta dietro l’ombra della malinconia, in quelle terre solcate da sterminate pianure talvolta digradanti verso colline e monti innevati. Lo sapevano bene quattro protagonisti del Novecento, quattro scrittori sviscerati in ordine cronologico dall’autore di Non fate troppi pettegolezzi, Demetrio Paolin, nel quale le voci degli scrittori e alcune note biografiche si mescolano continuamente. Anche Paolin vive a Torino, anche lui conosce la malinconia della città e della regione che ha dato i natali, o talvolta è diventato patria d’adozione di molti protagonisti della letteratura del Novecento.

Nello specifico si parla, nell’ordine, di Emilio Salgari, Cesare Pavese, Primo Levi, Carlo Lucentini.

[dropcap]È[/dropcap] un saggio che l’autore non vuole definire saggio, e forse a ragione. Perché la sua, più che un’analisi scientifica degli stili e delle poetiche autoriali, vuole forse essere più un’ammissione dell’influenza che gli autori in questione ha avuto su Paolin.

Se proprio gli si dovesse chiedere una definizione, l’autore direbbe che questo è il suo esame di coscienza.1

[dropcap]A[/dropcap]uattro storie che si incrociano, quelle di scrittori eccellenti nelle proprie case piemontesi. Accomunati, tutti, da un episodio di suicidio a conclusione delle loro vite, a porre fine a una carriera più o meno eccellente, più o meno osannata finché erano in vita gli scrittori.

Salgari, sommerso di debiti e perennemente in crisi di scrittura, viene analizzato in questo testo nel suo lato più umano; lontano dalle frivolezze (dai pettegolezzi del titolo), si analizza nel capitolo a lui dedicato l’ansia che l’ha accompagnato finché era in vita, quella di scrivere storie, di inviarle all’editore, à la façon di una catena di montaggio. Deve redigere tot pagine al giorno, a volte butta giù le parole senza però raggiungere i risultati desiderati, con qualche incertezza nella scrittura, quasi zoppicando. Infine, attraverso i suoi romanzi esce come uno scrittore “fuori tempo” rispetto all’epoca decadente in cui visse.

Sandokan è fuori tempo. Negli stessi anni in cui Salgari cercava di tenere in vita il personaggio del pirata, la letteratura italiana produceva gli inetti di Italo Svevo e gli eroi decadenti di Gabriele D’Annunzio. Nel leggere i libri di Salgari bisogna tenere a mente il periodo in cui vengono scritti, proprio perché egli ha il volto torto all’indietro. I suoi personaggi sono molto più vicini agli stereotipi del romanticismo tedesco o inglese (il Byron del Caino o del Manfred, lo Chateaubriand di René). Eppure proprio questo ci attira: il rispondere di Salari perfettamente alle aspettative di quel che vogliamo leggere.2

[dropcap]C[/dropcap]osì, l’autore persegue la sua indagine nelle vite e nelle scritture. Non senza provocazioni visionarie, come quella che vede un Sandokan invecchiato intento a dimostrare di essere ancora forte e capace, come il suo demiurgo era continuamente costretto a fare.

Luoghi e tempi sono minuziosamente indagati in questa dissertazione.

Anche per Cesare Pavese si parte da uno di quelli da lui frequentato. L’Hotel Roma in piazza Carlo Felice, dove lo scrittore morì

dando le spalle alle sue colline, lontano da esse. Venuto a morire nella città che l’ha visto diventare uomo e scrittore, uno dei maggiori della sua generazione.3

Paolin ci avvicina alla vita e ai sentimenti degli autori che prende in esame, immedesimandosi letteralmente in ogni passo di ognuno di loro.

Tutte le volte che passo sotto questi portici, rivedo i passi di Pavese fino all’entrata dell’albergo, ancora simile a quella che fu allora. Sale con il suo poco bagaglio e cammina per i corridoi stretti e bui. Infine eccolo arrivare a quella camera e in quella morire.4

[dropcap]E[/dropcap]d è Lavorare stanca l’opera su cui Paolin fa perno per leggere i passi dell’autore e il suo viaggio, in parallelo con il viaggio di Pavese: “Camminiamo una sera sul fianco di un colle […] Traversare una strada per scappare di casa”.

[dropcap]S[/dropcap]i mettono quindi in relazione davvero forte e intima l’opera letteraria con gli accadimenti della vita autoriale, con l’idea del movimento e i legami con la letteratura straniera così importante nella produzione dello scrittore. Il movimento, poi, secondo Paolin ritorna anche ne La luna e i falò, romanzo con un io narrante alla ricerca della sua identità.

“Chi può dire di che carne sono fatto?”, si chiede l’io narrante del romanzo. L’uomo che parla non ha passato, non ha storia che non sia la propria storia, non ha famiglia, genealogia o radici. Non appartiene a questa terra – “non so se vengo dalla collina” –, ignora i propri natali e la propria discendenza come fosse spuntato dal nulla. […] L’impressione è che lui parli dando le spalle a tutto ciò che è accaduto nella sua esistenza, e sia qui sulle colline a cercare una ragione, l’ultima.5

Operazioni analoghe a queste Paolin le compie nel resto del suo saggio (benché l’autore non voglia chiamarlo così, sarebbe difficile incasellare altrimenti questo testo).

[dropcap]È[/dropcap] Primo Levi il protagonista della passeggiata letteraria di Paolin, che prende spunto da una visita al Museo Ebraico di Berlino, dove ritrovo il corridoio dell’Olocausto come in un sogno. E in effetti di sogno si tratta, perché la digressione tedesca si chiude con un risveglio angoscioso di Paolin nella sua Torino. Sua e di Levi, visto che rivede l’ippocastano di Levi, poi la scena della sua morte giù per le scale, una morte

per nulla tragica; è una immaginazione che toglie quell’aura romantica al suicidio; uccidersi è come un uovo che sguscia dalle mani e si frantuma a terra.6

[dropcap]M[/dropcap]a non c’è solo la morte dello scrittore Levi; c’è il male, che viene abbozzato in maniera magistrale – e qui ripreso – nel racconto Ferro. C’è l’etica di Sandro Delmastro, protagonista di quel racconto. La limpidezza della scrittura di Levi, che talvolta fa dimenticare a Paolin, e a noi, il fatto che sia stato un uomo “rinchiuso e umiliato”. E c’è un susseguirsi di considerazioni riguardanti le biografie dei quattro autori, mescolate con l’ansia di Paolin di cercare incastri e suggestioni nella scrittura degli autori, pur senza forzare mai la mano.

L’ultimo capitolo è dedicato a Carlo Lucentini, della coppia letteraria Fruttero e Lucentini. Anche lui pose fine ai suoi giorni nel capoluogo piemontese.

[dropcap]N[/dropcap]on si manca di esaltare la dote principale dello scrittore: la generosità. La “servitù come massima forma di libertà”, di cui si fa portavoce Lucentini parlando nelle trasmissioni Rai di altri autori, viene sperimentata anche da Paolin, quando svolse

il lavoro di ufficio stampa, in cui mi si chiedeva una cosa molto semplice: scrivere e parlare con la voce di un altro. Inizialmente provai fatica a farlo, i comunicati stampa uscivano con i miei tic linguistici, con i miei tentativi di fare un’opera di bello stile. Poi un giorno ripresi in mano il Tom Jones e rilessi quelle pagine. Mentre le rileggevo mi venne in mente la faccia di Lucentini; e ciò che allora avevo scambiato per imbarazzo davanti alle telecamere capii che era umiltà. La sua umiltà fu quella di capire, di rendersi conto che non avrebbe forse potuto scrivere il testo che desiderava, e quindi di mettere la sua penna con quella di Fruttero al servizio di romanzi che la gente avrebbe letto, in cui si sarebbe divertita e avrebbe imparato qualcosa. Fu una scelta di umiltà e di generosità senza fine, che personalmente mi insegnò allora, e tuttori mi insegna, a pensare che se qualcuno comprerà il mio testo, o lo leggerà, o lo regalerà, questo tu ipotetico ma reale ha un diritto medesimo e uguale al mio di autore su ciò che sto scrivendo.7

[dropcap]Q[/dropcap]uale servizio migliore, se non l’insegnamento della generosità, può essere reso al lettore di questo libro, ma anche dei libri citati in esso, scritti da autori spesso votati a una causa? Levi voleva dimostrare al mondo l’orrore della guerra, Lucentini è stato traduttore e si è messo al servizio del testo, parlandone in televisione con toni bassi e mai urlati; Salgari si è messo al servizio dei propri lettori dando loro un personaggio fuori dal tempo, che lo rifletteva in parte ma soprattutto soddisfaceva il bisogno di intrattenimento. E Pavese, infine, con quelle parole di saluto prima di ingerire una dose immensa di barbiturici, invita alla discrezione e all’umiltà.

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.
Cesare Pavese.

Demetrio Paolin, Non fate troppi pettegolezzi
10 €
Liberaria Editrice, Bari 2014

www.liberaria.it


1 Demetrio Paolin, Non fate troppi pettegolezzi, Liberaria Editrice, Bari 2014, p. 7.

2 Ibidem, p. 22.

3 Ibidem, p. 48.

4 Ibidem.

5 Ibidem, p. 58.

6 Ibidem, p. 94.

7 Ibidem, p. 137-138.

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