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Gianna Manzini, “Lettera all’editore”. Una mano vincente a carte

Gianna Manzini, Lettera all‘editore, Sansoni, Firenzi 1945
Gianna Manzini, Lettera all‘editore, Sansoni, Firenze 1945

Gianna Manzini scrisse negli anni in cui i rapporti con l’Editore erano molto stretti, a tal punto da trascorrere assieme a lui intere estati, in amene località valdostane; o a tal punto da potersi permettere di scrivergli, di raccontargli la genesi dei romanzi, di squadernargli progetti più o meno definiti di opere narrative. Che un autore si smascheri, senza remore né complessi, denunciando i meccanismi poetici e narrativi che fanno gemmare un romanzo non è fatto diffuso. Manzini non conosce ripensamenti né timori; la sua ammissione di progettualità è chiara, lampante, esente da meraviglie. In Lettera all’Editore (sottotitolo: Giuoco di carte) il titolo dà subito conto di cosa si andrà a leggere: una missiva, ampia, ariosa, complessa, che dà conto di “un progetto di lavoro” ritrovato, recuperato (e sottratto) allo scorrer del tempo. Codesto ‘meta-romanzo’ uscì nel 1945 per Sansoni, ma l’anno successivo fu riedito con modifiche e varianti da Mondadori; quell’Arnoldo Mondadori che era il vero destinatario della missiva.

La trama, persino irrilevante rispetto all’esplorazione dell’architettura narrativa, è creata per sottrazione, frammentata in episodi che si presentano alla mente della scrittrice senza regola, ma tramite un “correlativo oggettivo” di montaliana derivazione: un cavallo, una melagrana. E si strutturano in “avventure personali” e “vicende romanzesche”, a significare come i due comparti siano separati ma, in definitiva, comunicanti. Come se le sue esperienze personali si allacciassero all’invenzione, per pudore o per convenienza: “Ma in tutto ciò io non mi sono mai perduta di vista. Così che il vero romanzo per me consiste nei punti di concomitanza dell’intreccio con alcuni episodi della mia vita”. La vita della scrittrice, nel suo compiersi, offre terra propizia e fertile alla nascita dei personaggi, di fantasmi che premono per aver vita, per affrancarsi da una trama che altrimenti sarebbe già decisa e stabilita.

E par di vederla, la Manzini, seduta al tavolo, la penna tra le mani, fogli bianchi a riempirsi di inchiostro e pensieri, attorniata dai suoi personaggi; che la guardano, la guidano, l’affollano con fiato e carne immaginaria. E i personaggi sono testardi, caparbi. Si rifiutano, persino. Evento non inedito né inaudito: già Pirandello ci aveva presentato personaggi in cerca di considerazione, di qualcheduno che convertisse il loro dolore in maniera poetica, letteraria. Ma per i personaggi di Manzini c’è attesa di un qualcosa di più, c’è consapevolezza di sé stessi ma anche della scrittrice. È lei che li plasma, ma sono loro che la convincono a farsi plasmare; sono loro che crescono, maturano, che in base alle loro variazioni d’animo e di prospettive tiranneggiano la trama stessa, e la cambiano, modificando anche la percezione che la scrittrice aveva di loro. Un rapporto complesso, in definitiva; quasi un tiranneggiarsi reciproco che alla fine non trova una completa definizione, ma si scheggia in episodi privi di un’unità chiara d’intreccio.

Gianna Manzini
Gianna Manzini

Lettera all’Editore è esempio folgorante, summa completa della poetica letteraria di Gianna Manzini. Fu a Firenze che lei cominciò a maturare un interesse costante e potente per la letteratura, soprattutto inglese, quella che si tuffava nell’interiorità dei personaggi, che sommergeva il lettore con i flussi di coscienza, con il discorso interiore, con dislocazione di preposizioni e sentimenti.

Virginia Woolf fu il nome più ammaliante. Fu l’esempio più generoso di come si dovesse scrivere, di quale fosse la ricerca giusta per il nuovo corso del tempo. Fu la sua scuola narrativa; e lei stessa teorizzò l’importanza di questo incontro in un testo di alta poetica, La lezione della Woolf, del 1945: “La leggevo e imparavo a raccogliermi l’anima e a tenerla in fronte come la lampada dei minatori”. Una sorgente di luce che dalle profondità dell’animo di ognuno consente chiarità di prospettive e di analisi profonda: “Mi accade così di trovarmi bruscamente come in possesso d’una lampada, con la quale, procedendo nel buio, vedevo cose ignorate uscire dalle tenebre per entrare nel mio cerchio di chiarità”. Le eredità di questo rapporto sono tante: rare, rarissime la parole dirette, i dialoghi, le interazioni verbali tra personaggi; dirompente, all’opposto, il ragionamento, inesauribile vortice di parole sovrastanti, di logiche sottili; altissima densità di immagini ardite, impennate poetiche che parrebbero stridere con la forma della prosa: “Il concerto era finito. […] Le ultime note si erano spente: ricercarne l’estrema vibrazione sarebbe stato come accostare lo specchio alle labbra d’uno che non respira più”.

La rivista antifascista «Solaria»
La rivista antifascista «Solaria»

Ma su Gianna gravava anche una certa influenza poetica, magari persino ipoteca della sua terra di nascita, quella Pistoia così vicina a Firenze da subirne inarrestabilmente la forza di attrazione. Conobbe Bruno Fallaci, zio di Oriana; si avvicinò alla raffinata «Solaria», conobbe Vittorini, Moravia, Bonsanti, Prezzolini. Fu anche per questo che la scrittura della Manzini è allusiva, la trama un espediente che si fonda sui dettagli, sulle prospettive irregolari, sui volti mutevoli di un’umanità sfuggente ma dalla materia in continua evoluzione e definizione. Ed è il mondo che scorre il grande campo di indagine della Manzini. Il mondo dove lo scrittore ha un obbligo, un compito quasi morale, dal quale non si può smarcare né sottrarre. Il problema che la letteratura dovrebbe poter scaldare con la vita i ritratti che compaiono, che si materializzano da un luogo inesplorato. Senza questo compito, senza questa missione, rimaniamo con le pagine di un romanzo bruciate “ad una ad una: sul davanzale della finestra, a notte alta”.

L’italiano della Manzini è levigato, perfetto, penetrante come bisturi. È un italiano remoto, quasi dismesso, ma per la materia trattata è chirurgico, altamente specialistico. Un italiano fortemente lirico, simmetrico, che procede per chiasmi, per ragionamenti serrati che ci possono far smarrire se non si sta attenti e vigili. Ma a volte, è persino contemplata la possibilità dello smarrimento, perché l’interesse è la visione d’insieme, è l’istantanea che poi rimane come fotografia. E anche della punteggiatura la Manzini ha un’idea suprema: la punteggiatura è strumento, potente; è una potenzialità estrema della lingua, che crea pause, rafforza concetti, spezza ragionamento, frammenta suoni, ricostruisce percorsi emotivi e mentali. Parentali, virgole sparse a piene mani, punti intelligenti, doppi punti anche doppi e consecutivi, punti e virgole riesumati e in ottima salute. È una delizia, per occhi e orecchie, la lettura di pagine così ben seminate.

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