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Quell’«Odor d’erbe buone» di una fanciullezza maremmana

odor-erbe-buone-3cc6dbe4-0091-417d-aa07-5a262d2e05dd La vita stessa di Guelfo Civinini è degna di romanzo. Nacque a Livorno nel 1873 ma trascorse i suoi primi anni a Grosseto, a quel tempo città immersa in una paludosa desolazione, terra preda di crudeli e spesso mortali febbri malariche.

Grosseto era insomma una cittadina malinconica e serena, abitata da neppur seimila anime, fatta di case che al primo entrarci odoravano di sigaro, di polvere, di spigo e di mele cotogne come cassetti di vecchi mobili.

Ma sarà proprio in questa città, “chiusa in una cerchia rugginosa di vecchie mura bastionate e arborate”, che nascerà nel piccolo Guelfo la curiosità tipica di chi è destinato all’irrequietudine. E per meglio assecondare la sua vocazione di orizzonti sconosciuti e di rotte da tracciare, si dedicò al mestiere più poetico: quello del giornalista. Ma di un giornalismo di frontiera, sempre in prima linea. Assunto nel 1907 al Corriere della Sera fu testimone (e narratore) di varie episodi cardini della storia d’Europa: dal terremoto di Messina alla guerra in Libia (quella della pascoliana “grande proletaria”). E poi fu cronista di viaggio e di politica, partendo dalla Grecia e arrivando in Svezia (intitolò: Viaggio intorno alla guerra). Ma fu anche librettista, in gioventù, contribuendo alla stesura de La fanciulla del West, di Giacomo Puccini. Fu esploratore della più profonda Africa Nera, fu amico di Elsa Morante, fu proprietario della Torre di Santa Liberata sull’Argentario (andata poi distrutta durante la Seconda guerra mondiale), fu Accademico d’Italia e Ispettore onorario per i monumenti, scavi e opere di antichità e d’arte per Monte Argentario e Orbetello.

Ma fu, più di tutto, uomo attento alla sua memoria. Ed è proprio nelle opere in cui ricorda il suo passato maremmano, quasi tutte scritte negli anni Trenta, che raggiunge forse i livelli più alti della sua arte. Come, ad esempio, in Odor d’erbe buone, pubblicato nel 1931 per Mondadori, una raccolta di frammenti memoriali che ricostruiscono il Guelfo che fu. Ma più che racconti di formazione, sono racconti di rievocazione sensoriale, una sorta di coralità sinestetica: vista, udito, tatto ma soprattutto olfatto. Una sinfonia di percezioni riportate in vita in tutto il loro acerbo splendore e spumeggiante potenza. Il titolo, in questo senso, non lascia certo spazio né a dubbi né perplessità: le erbe sono quelle della sua infanzia, che cominciano con il primo giorno di scuola.

Più che gli odori dei fiori mi piacevano poi quelli dell’erbe, che sono più schietti saporosi e freschi.

220px-G._CivininiDi erbe, in Maremma ce ne sono tante, una lunga lista, e tutte trovano spazio nella terminologia di Civinini: basilico, cedrina, ruta, finocchio, geranio, malvarosa, résede.

Ma ci sono anche tutti gli altri odori, che affollano l’aria del bambino: dal pane, cotto dai fornai, a quello delle torce a vento che si accendevano durante la processione del Venerdì Santo.

Io ero insomma una specie di cucciolo di can da caccia, che aveva in gran prevalenza sugli altri quattro il senso dell’olfatto.

Odor d’erbe buone ha una cadenza incalzante, un andamento evidente di rincorsa cronologia, in un’accelerazione alla maturità, ala vecchiaia, che si manifesta palese nelle ultime parole, quasi epigramma di volontà:

Così finì l’infanzia. Venne allora l’adolescenza, e finì. Poi la giovinezza, e finì. Poi la maturità, e anch’essa finisce. Forse è cominciata la vecchiaia. Così sia. Amen.

E proprio dall’infanzia si parte, dalla “Vecchia Maremma” che aveva visto Civinini compiere i primi passi in un ambiente che non gli apparteneva per nascita ma che l’avrebbe graffiato e rigato nel profondo, lasciando solchi e tracce che mai sarebbero spariti, lungo tutta la sua vita. Poi Civinini racconta di “Un bambino un po’ strano”, quello che si edificava uomo nella Maremma feroce, in mezzo alle febbri malariche, alla desolazione del calore estivo. Con lo spettro di un fratello più grande, morto, che portava lo stesso nome che poi sarebbe stato dato a lui, una volta nato. Come se, oltre alla sua personalità, Guelfo avesse la responsabilità anche del carattere, dei sentimenti dell’altro Guelfo, quello che non era sopravvissuto. E parimenti, nacque in lui, quasi per compensazione, il “Bisogno di una sorella”, una figura femminile che potesse accompagnarlo nella formazione, che potesse consigliarlo e guidarlo, una volta magari mancata la madre. Ma «di lei non rimase in casa nessun segno, nemmeno un ritrattino». Un’altra sorellina morta; e il dolore ci rende magari feroci, nel privarsi di qualsiasi traccia possa, un giorno, tornare a farci male, a tiranneggiarci con il suo dolore mai guarito.

SPART.FANCIULLA.WEST1E crescendo si aprono per Guelfo le porte del gran mondo, quello geografico; terreno fertile, fertilissimo, per la sua fantasia sfrenata, cresciuta sulle storie narrate e lette. Chateaubriand gli spalancò le porte del mondo.

Libro di più maliziosa ingenuità e accaparrante falsità non poteva capitare tra le mani d’un povero bimbo ignorantello, che finiva allora la terza elementare, ma aveva la testa già piena di giuccherie.

Anche da adulto, Civinini se ne portava sempre una copia con sé: amuleto per la vita e l’arte. Unico suo ricordo materiale della vita provinciale:

Questo, e una cassetta di vecchio intarsio con entro al coperchio uno specchio a cerniera, che era la toeletta della mia mamma.

Il materno e il remoto: le due spinte centripete che resero Civinini sì un esploratore, ma intensamente affezionato alla terra delle sue radici. Bisogno di nomadismo ma anche di casa, avrebbe detto Bruce Chatwin.

Poi ne vennero altri, di libri, nella formazione del Civinini. Sicché “ci prese il vizio”: furono, i libri, opportunità, occasioni non mancate per staccarsi da terra, per la rincorsa e il salto che lo avrebbero portato a scavalcare la siepe leopardiana. A Civinini non interessò mai l’immaginare; apprezzò sempre, molto di più, il verificare:

Però com’era bello il mondo di là di là da quei miei piatti orizzonti!

E fu per questo che partì alla ricerca. Come armi, la penna e l’inchiostro. Il suo incontro con le lettere, con la scrittura, fu come epifania, durante i primi anni di scuola. Un legame, un affetto profondo che il giovane alunno non si sarebbe mai atteso. Una decisione che, retoricamente e anche un poco vanitosamente, Civinini ha sempre considerato come una sorta di peccato, di sbaglio.

Un giorno, inevitabilmente, il “bimbo provinciale” morì. Il trasferimento e l’arrivo a Roma lo costrinsero a crescere, lo privarono di orizzonti indefiniti, lo posero all’interno di una società che pretendeva di più ma anche, forse, più concedeva. Ma la Maremma oramai aveva fiorito, in Civinini. Lo aveva stregato e si era impadronita di quel fanciullo arrivato lì per caso, senza motivi che non fossero destino. E la “maremmanità”, per Guelfo Civinini, continuò a rimanere parte fondante della sua personalità, costituente fondamentale di ogni suo tempo declinabile:

Ogni tanto mi capita di sentirmi rimuovere dentro il mio fondo maremmano: che è qualche cosa di selvatico e di estatico, ma anche di sanguigno.

1 pensiero su “Quell’«Odor d’erbe buone» di una fanciullezza maremmana

  1. Ho letto “Odor d’erbe buone” nella mia primissima giovinezza, prendendolo in prestito dalla biblioteca dell’Istituto don Bosco di Alessandria (Egitto). Non ho più letto un libro di G. Civinini, ma quello mi è rimasto impresso finora, alla bella età di 81 anni.

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