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Nelle pieghe oscure della storia. Una lunga pazzia, di Antonio Barolini

[dropcap]N[/dropcap]el 1962, a un anno dall’uscita in Francia di Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique di M. Foucault, esce in Italia, per i tipi di Feltrinelli, su terreni confinanti con il Verismo e il Romanzo d’appendice, ma con tocchi sparsi di poesia, Una lunga pazzia dello scrittore, poeta e giornalista di origini vicentine Antonio Barolini (Vicenza, 1910-Roma, 1971). Un capitolo del romanzo originale, intitolato Una casa di campagna, era già apparso, nel 1953, nel Quaderno XII di «Botteghe Oscure».

[dropcap]I[/dropcap]l Neorealismo sembra ormai una parentesi chiusa, per alcuni da rinnegare, e la letteratura si avvia a percorrere strade alternative, quando Una lunga pazzia ritrae e svela, con nitore e schiettezza, ma con una vena di ironia, un piccolo mondo veneto, chiuso e patriarcale, figlio di una certa cultura, superstiziosa e bigotta, di primo Novecento. Un romanzo che coinvolge con la sua apparenza innocua e il suo gusto popolaresco ma che, con grazia e levità, conduce lentamente nel cuore di una storia delirante, senza via di fuga.

[dropcap]L[/dropcap]e vicende dei protagonisti e del loro entourage portano con sé una disamina sociale impietosa: il corrompersi del sentimento religioso a favore di una serie di rituali, tra rozzezza e ottusità, il venir meno al proprio compito di una classe dirigente, il fallimento del singolo come apice della crisi di un intero sistema, le aberrazioni di una certa “educazione sentimentale”. Nulla di decadente o estetizzante, solo un’indagine accurata di quel mondo provinciale di cui l’autore avverte ancora gli strascichi. E noi con lui, anche a distanza di mezzo secolo.

[dropcap]L[/dropcap]a storia si avvia e procede nella più losca segretezza, se non che nella vita di Pietro – 45 anni, amante di Regina da dieci, sindaco del paese, in buona con gli atei, con il prete e con tutti gli indecisi – compare per caso una certa Maria Assunta. Signorina benestante ma non troppo, con la passione per il pianoforte e i capelli vaporosi come certe artiste che si vedono sulla copertina dei giornali illustrati. Animata da crisi spirituali ma, a dispetto dei desideri materni, lontana dall’idea di farsi suora. Ha ereditato dal padre l’esuberanza romantica e dalla madre l’angustia mentale, si dibatte in un coacervo di luoghi comuni, passando dal più nudo e retorico misticismo alla più bassa e volgare superstizione. Da tal donna non può che nascere un esserino, Giovanni, preda di visioni e isterie, esaltato dalla propria presunta genialità. Una vita, la sua, corazzata di pigrizia, imbellettata da costumi eccentrici, satura di noia e sete pregiate, sferzata da un’inflessibilità dura e capricciosa verso i sottoposti. Attorno, brulica un’umanità complice, preda di pettegolezzi e sudditanze, con la connivenza di preti che riescono a «intorbidare l’acqua Santa e a far impallidire il manto rosso del diavolo».

[dropcap]L[/dropcap]a grande Storia si insinua leggera e discreta all’interno delle vicende personali. La prima Guerra Mondiale passa così, nello spazio di poche righe, e l’euforia del primo dopoguerra strombazza come quelle alte carrozze traballanti, tutte sbuffi e urli sordi, che seminano il terrore tra polli, uccelli e contadini. Insomma, si sorvola sui drammi: fillossera e afta al pari della spagnola con la sua teoria di lutti.

[dropcap]M[/dropcap]a a ben guardare, dietro le tipologie letterarie e narrative, c’è tutto un retroterra da contestare. Le figure maschili sono vittime di una mala-educazione fatta di streghe vendicative e conformismo, l’unica difesa possibile per loro, da adulti, sembra essere la santità del diritto ereditario di proprietà. Per il resto, la loro è una vita dominata da una vaga paura: meglio tenersi buona la Chiesa che, a sua volta, chiuderà un occhio su tradimenti, frequentazioni equivoche, improperi,  bestemmie incluse. Pecorelle impigrite dalla ricchezza dei pascoli, con qualche segreto pasticcio, magari una tresca con una donna sposata, incanto di carezze e baci, spregiudicata al punto tale da rendere il marito connivente del tradimento, tenendo l’amante al guinzaglio, sotto l’incubo di uno scandalo.

[dropcap]I[/dropcap]l romanzo, nel tratteggiare la psicologia dei personaggi, si rivela mordace e allusivo, soprattutto per la non-convenzionalità delle dinamiche, basti pensare al rapporto teneramente ambiguo tra i due giovani, Giovanni e Marcello, figure centrali nella seconda parte del romanzo, legati da una liaison tanto sfumata quanto ammiccante: “nell’amicizia tra persone di un medesimo sesso, il senso può riuscir ad esprimersi sul piano medesimo dell’intelligenza e creare un’armonia, tra gli esseri che la compongono, anche più rara e sublime”.

una lunga pazzia copia
Antonio Barolini, Una lunga pazzia, Feltrinelli 1962.

[dropcap]L[/dropcap]o stile di Barolini, avvezzo a frequentar la poesia, fa sì che ogni descrizione sia densa e quanto mai suggestiva. Ed è forse questo linguaggio ricco e sfumato a far dimenticare gli echi di situazioni letterarie note: dal richiamo a Mastro Don Gesualdo del padre-padrone protagonista, al rapporto di dipendenza madre-figlio di Maria Assunta e Giovanni che, al di là degli esiti, ricorda tanto quello delle Sorelle Materassi con il nipote Remo, fino alle pittoresche comparse di manzoniana memoria (l’abbadessa confidente degli afflitti, il notaio-azzeccagarbugli, le pettegole di paese…).

[dropcap]I[/dropcap]l romanzo comincia e si conclude in un manicomio di Colbasso. La protagonista, insieme alla sua cameriera personale, vive da quattordici anni in un mondo fluttuante, dentro a sogni e immagini, priva del senso del tempo: un’esistenza rallegrata soltanto dai fiori del giardino o dalle primizie dell’orto che qualcuno le porta da casa. Maria Assunta non può far altro che chiamare “poveri pazzi” gli altri senza rendersi conto di essere una di loro. Assolta dal tribunale per totale infermità di mente, sorvegliata in un luogo di reclusione.

[dropcap]T[/dropcap]utto ciò avviene molto prima che il signor Basaglia possa scalzare le teorie di Lombroso. Nel 1962, anzi, negli anni Cinquanta quando il romanzo viene concepito, la pazzia è considerata un patrimonio genetico, marchio indelebile. Che c’entra l’ambiente? Si tratterebbe di chiederlo ai protagonisti di questo libro, meglio ancora alle figure reali sottintese, a quell’ottica provinciale imbevuta di terrore e fanatismi che, ancor oggi, in certi luoghi più o meno remoti d’Italia, e parlo del 2014, può portare alla pazzia.

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