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“Il libro dei libri perduti”: la letteratura dell’assenza

IMG_5186 [dropcap]L[/dropcap]a storia della letteratura è piena di biblioteche che bruciano e, all’opposto, di biblioteche resuscitate. L’incendio della Biblioteca di Alessandria, da una parte, e il ritrovamento dei papiri nella Villa dei Pisoni di Ercolano, dall’altra, sono probabilmente i due exempla più evidenti e noti di questa casistica. Spesso, a torto, crediamo di poter presumere che la sparizione dei libri sia collegata essenzialmente alla sparizione del supporto, del “libro” in quanto oggetto, sul quale l’opera era stata impressa, o del “papiro” su cui era stata scritta. E di conseguenza crediamo sia un problema che riguarda esclusivamente i testi antichi, quando di copie ne esistevano una manciata e non si aveva la rassicurante certezza che esistessero i CD, le chiavette USB, le memorie esterne, i computer dalle memorie inesauribili.

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Stuart Kelly

[dropcap]N[/dropcap]iente di più sbagliato, o almeno non in parte. Perché lo studio di Stuart Kelly, questa deliziosa antologia sulla casualità e la sua ferocia, anche se fortemente incentrato sulla letteratura anglo-americana (soprattutto per il moderno), ci consente comunque di gettare lo sguardo ben oltre la più banale delle riflessioni a riguardo. Perché anche il contemporaneo ha le sue falle evidenti. Anche l’età contemporanea ha i suoi limiti, chiari e palesi: la stessa idea, lanciata da più parti, di una “biblioteca digitale”, ha i suoi difetti. Allettante è, per noi, il progetto di poter costruire un luogo dove tutti i libri pubblicati possano conservarsi in eterno, al riparo dall’usura del tempo, dalla distruzione degli agenti atmosferici, dalla distrazione di un impaginatore. Allettante perché siamo un po’ abituati, persino un po’ viziati, a pensare che tutto sia sempre a nostra disposizione, nel momento esatto in cui ne abbiamo voglia. Un tasto, un pulsante, uno schermo et voilà, tutto viene richiamato al nostro cospetto. E come ci sentiamo violati, quando ciò non succede; come ci sentiamo persi se la nostra fiducia nell’archivio eterno viene meno e rimaniamo costernati di fronte a un vuoto immateriale. Ma non sappiamo se sarà possibile realizzare questa idea che, in ogni modo, non sarà mai certezza di eternità. Ogni innovazione, appena si concreta, pare subito inespugnabile; poi, più o meno lentamente, le maglie cominciano a cedere.

[dropcap]S[/dropcap]tuart Kelly ci racconta tanti libri che non ci sono più; o che non ci sono mai stati. Lo fa con una precisione quasi filologica e con una passione autentica. Lo fa radunando notizie e informazioni, perché è difficile inquadrare un libro che non si può più leggere. A quali opinioni si deve dare più credito? A quali meno? E, a render più complicata la critica, si delinea anche l’evidenza che un libro possa essersi smarrito non necessariamente perché di scarso valore, come accadde al Libro della musica di K’ung Fu-tzu; ma semplicemente per una antipatica e ostile casualità di eventi, di circostanze, di fraintendimenti.

[dropcap]I[/dropcap]n altri casi abbiamo perso libri che sono stati modello e radice per altri autori, che nel tentativo di imitarli (nel significato petrarchesco) hanno scritto e prodotto opere che in alcuni casi sono diventati altrettanti capolavori: è il caso del Margite, probabile scritto di Omero. Altre volte ci sono storie che paiono punire scrittori troppo prolifici, quasi a disprezzare il loro vanesio ardire: dei duemila drammi scritti da Lope de Vega ne è sopravvissuto un quarto, più o meno.

Dylan Thomas
Dylan Thomas

[dropcap]M[/dropcap]a ci sono, all’opposto, anche libri che fanno di tutto per sopravvivere, come se la loro volontà fosse quella, chiara ed evidente, di voler essere letti. È il caso di Sotto il bosco di latte di Dylan Thomas, che per ben due volte l’autore cercò di perdere, abbandonandolo persino in un pub di Londra. Certo, gli episodi di fortunosa salvezza sono sicuramente meno numerosi, in percentuale e in esempi, ma tutto questo ci dimostra quanto i meccanismi della conservazione siano fragili ma fantasiosi, animati da una specie di poetica.

sylviaplath
Sylvia Plath

[dropcap]I[/dropcap]l libro dei libri perduti è un’alternativa storia della letteratura che tiene conto anche di ciò che sarebbe potuto esserci, che magari è fiorito nella mente dell’autore, che ha condizionato le sue scelte e la sua weltanschauung. È un’aneddotica ricca di colpi di scena, di eventi ad accavallarsi, di date a rincorrersi. È una storia di lunghi e travagliati rapporti, di romanzi persino contesi tra due scrittori ma mai scritti da nessuno (come il caso di Agatha, che Melville e Hawthorne si scaricarono a vicenda senza mai riuscire a terminarlo). È la storia di decisioni, per fortuna, non rispettate (nel caso di Kafka), di pessime gestioni testamentarie e redazionali (come quella di Ted Hughes con Sylvia Plath), o di ispirazioni rapide, fulminanti (come quelle di Rimbaud che scrisse “se non scrivo di più, è che sono stanchissimo e che d’altra parte, per me come per voi, non c’è niente di nuovo”).

[dropcap]D[/dropcap]opo tante pagine a dolerci di ciò che è scomparso, di ciò che non leggeremo mai, delle tante idee che sono scomparse assieme agli autori, Stuart Kelly ci costringe a riflettere sul fatto che “la perdita non è un’anomalia, una deviazione o un’eccezione. È la norma. È la regola. È imprescindibile”.

[dropcap]A[/dropcap]nche per la nostra epoca, dove pare che ci sia possibilità di conservare proprio tutto. Tranne l’interesse.

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