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Silvio Micheli: l’astratta follia dello scrivere. Quando il Neorealismo raccontò il sogno

faro-vecchio-con-campanella-che-serve-a-chiamare-soccorso-in-caso-di-rischio-di-naufragiOggi come ieri la scrittura si insinua tra le pieghe delle giornate, negli spazi di libertà creativa che, ostinatamente, ci conquistiamo. Spesso, è “tempo strappato alla vita”. Tutt’altro che otium elitario! Reazione a un ambiente ostile, a un’inesistenza da reinventare.

Correva l’anno 1946 ed Einaudi pubblicava “Pane duro” di Silvio Micheli (Premio Viareggio ex aequo con “Il canzoniere” di Umberto Saba). Un testo che riemerge dal passato per raccontarci un’Italia compressa e dilaniata, tra la fine degli anni Trenta e l’esplodere e consumarsi della Seconda guerra mondiale. Su questo scenario, una vita si muove nell’anonimato, scandita dalla voce in sordina dell’io narrante. Vita grigia sì, ma illuminata da un sogno, o forse da un’utopia: scrivere e riscattarsi benché, agli occhi altrui, tutto ciò sembri solo un’astratta follia. 
Il protagonista delle vicende si ritrova a “rubare l’attimo al tempo” per stendere un romanzo che potrebbe “salvarlo” dal grigiore, immagina il suo passaggio tra le vie, non più indifferente, a disegnare per sé un ruolo riconosciuto, rispettabile. Una sorta di “Martin Eden” nostrano?
«Scrissi tutto d’un fiato, liberandomi via via sino a ritrovarmi lontano, in un mondo nuovo, in un mondo straordinario».

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Ma la Storia fa irruzione e permea la scrittura, le detta le sue logiche e il suo linguaggio ruvido. È a quel punto che il protagonista si sente investito da una missione più ampia: accogliere tra le pagine la folla che riempie le strade, la gente umile, i lavoratori imbrigliati nelle fatiche quotidiane. Dalla memoria personale a quella collettiva, da un profondo intimo silenzio alla voglia di scrivere “il mio diario, il diario di tutti” e raccontare la disaffezione del cittadino comune nei confronti di un’esistenza e una guerra odiose. Da un certo momento, a causa delle contingenze belliche, il protagonista si ritrova in un’isola con altri quaranta soldati ed è in quel frangente che il suo sogno letterario si pone al servizio di quanti, semianalfabeti, non sanno esprimersi e considerano la scrittura un dono, una magia, un incantesimo. La narrazione allevia l’asprezza della condizione umana e la riabilita restituendole fiducia, slanci di giustizia, idealità. La conclusione non può che essere corale: “La guerra mi ha lavato gli occhi e io dico: noi siamo la verità”.

Discorso_PalombariSilvio Micheli, scrittore di origini viareggine, fu esponente di una generazione di uomini di cultura per i quali la letteratura era sinonimo di rinnovamento civile, uniti da quel “respiro fraterno” di cui Cesare Pavese parlò nella lettera indirizzata all’autore di “Pane duro” dove lamentava la scomparsa del manoscritto: forse distrutto dalle SS. al tempo delle perquisizioni? Per Pavese, l’opera contribuì a svecchiare i condizionamenti letterari, parlando un linguaggio “nuovo e intatto”. Anche Calvino nutrì interesse per lo scrittore e affermò che “Pane duro” rappresentò uno dei primi tentativi della letteratura italiana di porre il lavoro al centro di un’opera narrativa: un “romanzo di fabbrica” sul modello della letteratura sovietica. L’ispirazione neorealista è evidente e la scrittura, quasi spontanea, attinge abilmente al parlare quotidiano, con frequenti espressioni gergali, ricordando quella di Enrico Pea e Lorenzo Viani, con l’aggiunta di certi momenti intimi e sognanti, vagheggianti l’altrove, e passaggi lirico-melodici alla Mario Tobino.

Il risultato è un affresco scandito dai gesti quotidiani, nel quale storia e cronaca coincidono, tra amore per la verità e desiderio di dar voce a storie sommerse. La medesima attitudine porterà Micheli, nel 1960, a indagare la vicenda e i protagonisti dell’Artiglio: vita e imprese dei palombari e della marina viareggini impegnati nel recupero di un tesoro in pieno Atlantico. Altre saranno le pagine dedicate dall’autore al mare e ai suoi eroi della navigazione a vela (“Gran Lasco”, “Una famiglia viareggina nei mari del mondo”), ma in “Pane duro”, opera prima, Micheli accoglie le idealità della gente umile e della sua terra per raccontare il coraggio dell’utopia. Uno squarcio di realtà dove l’uomo, anche in condizioni avverse, è interpretato come “essere sognante”.

Forse oggi nessuno affida più il proprio destino a un libro, ma non sarà folle rileggere “Pane duro” con gli occhi di quanti, nel 2014, aspiranti o utopistici autori, strappano il tempo alla vita per dedicarsi alla scrittura e, magari, inseguendo la propria immaginazione, incontrano quella di un’umanità allargata.