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La potenza delle tenebre. L’arte drammaturgica di Lev Tolstòj

1tolstoj

[dropcap]P[/dropcap]iccolo capolavoro adombrato da grandiose opere narrative, questo dramma in cinque atti ci offre lo scorcio vivo di un’umanità alla deriva, illuminata da una divina compassione.

[dropcap]C[/dropcap]orreva l’anno 1886 e La potenza delle tenebre nasceva dall’estro di Lev Tolstòj contemporaneamente a celebri racconti popolari che tanta eco avrebbero avuto nella letteratura di tutti i tempi. Non era la prima volta che il grande autore russo si cimentava nel genere drammaturgico: in precedenza aveva scritto due commedie di tipo farsesco (Il Nihilista e La famiglia impestata); si era inoltre soffermato sulla realtà contadina affinando quel linguaggio popolare, vivido, frutto della conoscenza formale ed essenziale della miseria nelle sue diverse declinazioni. Ancor meno nuovi erano i temi del male e dell’ossessivo rimorso per un autore che aveva trattato magistralmente i traviati destini di personaggi tormentati.

[dropcap]M[/dropcap]a La potenza delle tenebre, dramma in cinque atti, sorprende ancor oggi per la sua tragicità priva di attenuanti, per la sua cupezza dipinta ad arte. Storia di seduzioni e delitti, angosce e baratri che vedono protagonista il giovane Nikìta: bracciante rubacuori di un villaggio russo, sedotto dagli eccessi e dai vizi e, a sua volta, seduttore incapace di dominarsi, spintosi a compiere crimini che neppure i tormenti delle colpe, scaturigini dell’autodenuncia finale, possono lenire. Attorno a lui, come avvinghiate a un vortice nefasto, gravitano figure fosche, artefici di un intrico di efferatezze; tra queste, la traditrice Anìssa e la cinica Matrèna, tanto simile a Lady Macbeth.

tolstoj1[dropcap]N[/dropcap]el 1886, mentre scriveva il dramma, Tolstòj giaceva a letto a causa di una ferita riportata nei campi. La lettura del teatro di Shakespeare, Ostròvskij, Corneille e Molière e di opere sull’arte drammatica si univa all’osservazione attenta del reale e della vita contadina, ricreando scorci di impressionante crudezza. L’autore si ispirò alle vicende di Efrem Koloskov: contadino colpevole dell’omicidio del proprio figlio neonato, frutto di un’incestuosa relazione. L’uomo, protagonista della brutale vicenda, giunse all’autoaccusa, esattamente come Nikìta, confessando pubblicamente il delitto in occasione del matrimonio della figliastra.

La potenza delle tenebre ricrea a tinte fosche un mondo lusingato dal vizio e dal denaro, dove le donne sembrano

cieche come talpe… belve nelle foreste1

e il pensiero cede al materialismo:

… c’è chi ha la pancia più gonfia e chi l’ha più floscia. Questa è tutta le differenza.

[dropcap]N[/dropcap]ell’oscurità, lontana dalla redenzione, soltanto chi si affida umilmente alla pietà divina può avere salva la coscienza e sottrarsi al vortice di nefandezze che travolge l’izba di Petr. Il personaggio apparentemente più misero e ignorante, il vecchio padre di Nikìta, Akìm dall’eloquio stentato, si fa portavoce della più alta espressione di conforto:

Tu non hai avuto pietà di te stesso

dirà al figlio,

ma Lui avrà pietà di te.

[dropcap]E[/dropcap]ppure, trattandosi di un dramma tolstòjano, la morale non è consolatoria, bensì l’espressione di un’attitudine conflittuale, dominata dal dubbio: quella di chi ha attraversato le contraddizioni, affrontando ogni prova della vita, scegliendo per sé un percorso tormentato. È l’ansia religiosa di un autore che, muovendo da un pessimismo di ascendenza schopenhaueriana, ha cercato il divino, inizialmente con la ragione e via via con il sentimento, tentando di conciliare la dottrina cristiana dell’amore per il prossimo con la concezione pagana del mondo, traducendo la propria disperata ricerca spirituale in una mescolanza di Vangelo, agnosticismo, fideismo, razionalismo e panteismo. Come affermò Stanislao Tyszkiewicz:

… scalzando la base soprannaturale del cristianesimo, Tolstòj ha reso un grande servizio all’ateismo sovietico che, pur mostrandoglisi riconoscente, ironizza la sua dottrina morale2.

[dropcap]E[/dropcap]ppure tutta quest’ansia, questa tensione dubbiosa e sofferta, tinge di colori inconfondibili la produzione dell’autore, tra utopie ed escandescenze, e vibra anche in questo piccolo capolavoro drammaturgico dove la profonda conoscenza dell’animo umano, oltre il velo della crudeltà, si riverbera a tutti i livelli: dalle scelte linguistiche all’azione drammatica, dal pathos espressivo alla truculenza dei dettagli, brutali ma non ostentati, spietati ma privi di compiacimento. E la scrittura si fa visione, anticipando ai nostri occhi la messinscena, prospettandoci solo in ultima battuta uno spiraglio di luce. A nessuno spetta il giudizio perché la colpa è collettiva e i dubbi esistenziali si stemperano nell’umiltà.

[dropcap]U[/dropcap]n sentimento di divina compassione scandisce l’arte di Tolstòj e, parallelamente, attraversa la sua vita. Ci parla di un uomo che conobbe le angosce e i dolori trovando le parole per raccontarli, fino alla tentazione del silenzio, alla decisione di sdegnare ogni gloria terrena per andare in cerca della povertà. La profonda vicinanza agli ultimi della terra lo portò a incontrare la morte il 7 novembre 1910, alla stazione di Astàpowo, e a rivolgere rimproveri a quanti si affannavano per tenerlo in vita:

Vi sono sulla terra milioni di uomini che soffrono; perché volete soltanto occuparvi di me?3.

La medesima umile e divina compassione attraversa La potenza delle tenebre: uno sguardo benevolo sui nostri oscuri abissi, dove i demoni si nascondono alla coscienza.

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1 Per le citazioni testuali Cfr: L. Tolstòj, La potenza delle tenebre, Versione di Vittoria de Gavardo Carafa, Edizioni Paoline, Catania 1963.

2 Ibi, Introduzione, p. 8.

3 Ibi, p.9.